Sul 90° compleanno del senatore a vita Emilio Colombo

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, lo scorso 11 aprile il senatore a vita Emilio Colombo ha compiuto il suo 90° compleanno. (Generali applausi).

Ad un così elevato traguardo anagrafico corrispondono, come tutti sapete, oltre sessantacinque anni di ininterrotta attività politica.

Giunto all'impegno politico dopo una feconda attività in seno alle associazioni cattoliche, nelle quali ricopre numerosi incarichi di responsabilità, fra cui quello di vice presidente nazionale della Gioventù italiana di Azione cattolica, a soli 26 anni diviene uno dei più giovani costituenti, eletto nella circoscrizione di Potenza e Matera.

Dal 1948 al 1992 Emilio Colombo è costantemente confermato dal corpo elettorale, con larghissimo suffragio, quale membro della Camera dei deputati.

Una fotografia - che so essere molto cara al presidente Colombo - lo ritrae, durante una campagna elettorale degli anni Cinquanta, a margine di un comizio nella città di Matera, mentre si intrattiene con un gruppo di cittadini e prende nota delle loro istanze.

Ritengo che quell'immagine simboleggi con grande efficacia una concezione dell'attività politica che, senza distogliere l'attenzione dai grandi problemi della vita interna ed internazionale, sa trarre la sua linfa vitale dall'ascolto e dal confronto diretto con la vita concreta dei cittadini, con i loro bisogni, con le loro speranze.

Un atteggiamento che è valso ad Emilio Colombo un sostegno senza eguali da parte dell'elettorato, che ha toccato il suo massimo grado nel 1979, quando, in occasione delle prime elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo, riscosse quasi novecentomila preferenze individuali.

Il 14 gennaio 2003, nominato senatore a vita dal presidente Ciampi per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale, è entrato a far parte della nostra Assemblea.

Ancor più che nell'attività parlamentare, è però nell'esercizio delle funzioni di Governo che Emilio Colombo si è reso protagonista della storia politica del nostro Paese: salvo brevi periodi, pressoché tutti i Governi della Repubblica fino al 1992 lo hanno infatti annoverato tra i loro componenti di primo piano.

Quando non sedette nel Consiglio dei ministri, come accadde ad esempio durante la VII legislatura, fu per ricoprire alti incarichi in ambito internazionale e comunitario, tra i quali quello di Presidente del Parlamento europeo dal 1977 al 1979.

Sottosegretario all'agricoltura nel V e nel VI Governo De Gasperi, è il principale collaboratore di Antonio Segni nella preparazione e nell'attuazione della riforma agraria del 1950.

Quando Segni viene incaricato di formare il suo primo Governo, nel luglio del 1955, Emilio Colombo gli succede a capo del Dicastero dell'agricoltura: è l'inizio di una straordinaria serie di incarichi ministeriali che, in particolare come titolare di Ministeri economici - quali l'industria, il tesoro, il bilancio e le finanze - tra il 1958 e il 1970, hanno reso il nostro collega protagonista di una stagione segnata dal rigore finanziario e dalla stabilità monetaria, nonché dal più grande impegno profuso nello sviluppo dell'integrazione comunitaria.

Nell'agosto del 1970 Emilio Colombo riceve l'incarico di formare il Governo, che presiederà fino al febbraio del 1972: un biennio denso di importanti riforme, dall'attuazione dell'ordinamento regionale, con l'approvazione dei primi statuti ordinari, alla riforma fiscale, approvata nell'ottobre del 1971, che ancora disciplina, nel suo impianto generale, il nostro sistema tributario.

Dopo l'esperienza a capo dell'Esecutivo, il senatore Colombo ritorna alla guida del Dicastero del tesoro sino al 1977, quando - come già ricordato - è eletto Presidente del Parlamento europeo.

Per l'impegno profuso nell'evoluzione verso una rappresentanza piena e diretta del Parlamento europeo, quale tappa fondamentale del processo di integrazione comunitaria, viene insignito ad Aquisgrana, nel maggio del 1979 - terzo uomo politico italiano dopo Alcide De Gasperi ed Antonio Segni - del «Premio Carlo Magno», che viene assegnato ogni anno alla personalità del continente che ha maggiormente contribuito allo sviluppo delle istituzioni europee.

L'impegno verso la costante crescita dell'integrazione comunitaria, insieme allo sviluppo delle istituzioni multilaterali ed al crescente dialogo tra Est ed Ovest, continuerà ad animare l'attività di Governo del senatore Colombo, nella nuova veste di titolare del Ministero degli affari esteri, incarico ricoperto in numerose compagini ministeriali dal 1980 al 1992.

Anche dal suo seggio di senatore Emilio Colombo ha continuato ad esortare i colleghi parlamentari ed i Governi che si sono succeduti dal 2003 ad oggi alla coerenza verso le principali linee d'azione che hanno costituito, in qualche modo, la «spina dorsale» dell'agire della sua generazione politica: dalla più convinta fedeltà alla scelta atlantica, seppure accompagnata da una grande apertura alle ragioni del dialogo con l'Oriente e della collaborazione con il Sud del mondo, alla fiducia incrollabile nei destini di un'Europa forte e coesa.

Sono certo perciò di interpretare l'animo di tutta l'Assemblea nel rinnovarle, senatore Colombo, i più affettuosi auguri, assieme ad un sincero ringraziamento per lo straordinario bagaglio di esperienze che lei continua a mettere a disposizione della nostra istituzione e dell'intero Paese. Grazie! (Vivi, prolungati applausi).

D'ALIA (UDC-SVP-IS-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-IS-Aut). Signor Presidente, siamo qui per festeggiare i 90 anni di un grande protagonista della politica e della vita democratica del nostro Paese: i senatori dell'UDC, SVP, Io Sud e Autonomie, Gruppo parlamentare che si onora di averlo come componente, formulano i loro più affettuosi auguri di compleanno al senatore Emilio Colombo.

Emilio Colombo, grazie ad una prestigiosa storia personale, può essere annoverato tra gli esponenti più significativi della storia repubblicana del nostro Paese. Nella sua lunga esperienza parlamentare, e soprattutto nei suoi diversi incarichi di governo, nazionali ed europei, che lei ha giustamente ricordato, signor Presidente, egli è riuscito a rendere patrimonio comune e condiviso una politica orientata alla crescita morale e civile dell'intero Paese.

Nel 1948, all'età di soli 26 anni, è eletto deputato alla Costituente nella circoscrizione di Potenza-Matera, e siede in Parlamento per numerose legislature, ricoprendo, tra le altre, le cariche di Ministro delle finanze, del tesoro e degli affari esteri. È per due volte Presidente del Consiglio dei ministri e, grazie al suo impegno europeista, nel 1977 è eletto Presidente del Parlamento europeo.

Emilio Colombo è l'uomo politico che ha contribuito in maniera determinante alla ricostruzione del Paese nel dopoguerra, ed è stato anche un indiscusso protagonista all'interno della Democrazia cristiana, iniziando la sua carriera politica da giovanissimo nell'associazionismo cattolico, e in particolare nell'Azione cattolica.

La politica italiana ed internazionale lo ha visto protagonista: la sua è una politica basata sull'etica dell'ascolto e soprattutto sull'esigenza del confronto umano, fondata sull'impegno sociale non generico né distaccato. Una politica, quella di Colombo, che ha attraversato tutta la storia dell'Italia dal dopoguerra ad oggi, impegnata per la crescita morale e civile del Paese, per la valorizzazione dei suoi territori e delle sue ricchezze. Tutti principi, questi, a cui noi dovremmo rivolgerci, specialmente in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo oggi: un periodo di crisi e di incomprensioni, dove il conflitto, soprattutto in politica, vince sul dialogo.

E come ha ricordato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Emilio Colombo è stato al servizio di questo Paese, sempre nel segno della fedeltà ai principi costituzionali ed alle istituzioni repubblicane. Ha raggiunto il traguardo dei 90 anni con intatta forza ideale e morale e con sempre serena determinazione nel perseguire il bene comune.

Per questi motivi il presidente Colombo è, e deve essere, un esempio per noi: come strenuo difensore dei principi costituzionali e della Repubblica democratica parlamentare. Quei principi che oggi sembrano, a volte, obsoleti sono invece la base del funzionamento regolare della vita democratica di un Paese. Bisogna, quindi, andarci piano quando si parla di riforme e soprattutto non bisogna farsi prendere da una schizofrenia in questo senso. Le riforme vanno fatte, ma dobbiamo evitare, come dice il presidente Colombo «le tendenze plebiscitarie, autoritarie, e la forte accentuazione del personalismo». Facendo sempre riferimento anche alla vita democratica all'interno dei partiti, il presidente Colombo ha sottolineato questo aspetto: «Non si capisce che le future classi dirigenti si formano nei partiti. E che i partiti, quelli veri, sono necessari».

Nel corso degli innumerevoli incarichi ricoperti, egli ha sempre mantenuto altissimo il suo senso dello Stato e conseguentemente si è comportato da uomo di Stato, dando un'ottima immagine dell'Italia all'estero.

Signor Presidente, se, nella lunga e straordinaria attività svolta da Emilio Colombo, volessimo andare alla ricerca degli elementi in grado di sintetizzare la natura del suo impegno e la qualità del suo servizio alle istituzioni, non potremmo che pensare innanzitutto ai temi dell'unità europea e dello sviluppo del Mezzogiorno. Due riferimenti costanti che lo hanno accompagnato nel difficile cammino dall'Assemblea costituente ad oggi. Dal lodo di Melissa alla riforma agraria e alla Cassa per il Mezzogiorno, dai Trattati di Roma alla stagione costituente dell'Unione.

Dalla diretta esperienza della Basilicata del dopoguerra ha tratto la spinta ad assumere il riscatto del Mezzogiorno non solo come importante eredità delle pregevoli analisi e proposte dei meridionalisti di fine Ottocento e del primo Novecento, ma come sfida con la quale misurarsi concretamente. Come ebbe a sottolineare, ad esempio, nel discorso pronunciato all'inaugurazione della Fiera del Levante nel 1970 da Presidente del Consiglio: «non "uno" dei problemi italiani, ma "il" problema dell'ordinato sviluppo del Paese». Lo aveva sostenuto con forza già nel 1954 al Congresso nazionale della DC di Napoli, con un discorso memorabile con il quale difese e rilanciò la strategia riformatrice dei Governi De Gasperi, giudicandola come «lo strumento di rottura di un vecchio equilibrio cristallizzato per intraprendere il colloquio con ceti fino ad oggi esclusi dal ciclo della vita democratica». Negli anni successivi sostenne con convinzione le azioni volte a favorire il processo di diffusione territoriale delle industrie, convinto che fosse «nell'interesse dell'economia nazionale e meridionale che l'industrializzazione non si risolvesse in una concentrazione di impianti in pochi centri». Aree industriali, incentivi fiscali e finanziari, infrastrutture dei territori, sostegno agli investimenti, sviluppo delle piccole imprese, finalizzazione del credito, contrattazione programmata e così via; tante tessere di un mosaico che documenta un'attenzione costante ed una particolare attitudine alla concretezza operativa. La stessa che costella anche il suo impegno per l'Europa, mai fumoso o retorico, ma fatto di gesti, di atti e di scelte. Quelle che lo hanno portato in quest'Aula oggi, a novant'anni, interprete e testimone della storia e al tempo stesso anche attore della politica, quella con la "P" maiuscola.

Grazie e tanti auguri, presidente Colombo! (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-IS-Aut e PD).

BELISARIO (IdV). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BELISARIO (IdV). Signor Presidente Schifani, colleghi, ho davvero il piacere di porgere ad Emilio Colombo i migliori auguri per i novant'anni che ha recentemente compiuto, e lo faccio a nome mio personale e di tutto il Gruppo dell'Italia dei Valori. Questa lieta ricorrenza merita da parte mia poche, brevi, ma sincere riflessioni, per non indulgere in retoriche affermazioni, che questa circostanza certo non merita.

Quando da giovane ginnasiale la mia famiglia si trasferì nella città natale di Emilio Colombo non avrei mai pensato di poter un giorno sedere insieme a lui tra i banchi severi e ricchi di memoria di Palazzo Madama. La sua storia istituzionale e i suoi prestigiosi incarichi, già all'epoca particolarmente importanti, facevano da contraltare ai cambiamenti che avvenivano tumultuosi in Europa e nel mondo alla fine degli anni '60.

Costituente, numerose volte Ministro, Presidente del Consiglio dei ministri e del Parlamento europeo, punto di riferimento del cattolicesimo democratico, Emilio Colombo ha sempre cercato la sintesi virtuosa tra gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa e la laicità dello Stato, che per lunghi tratti di tempo è stato elemento caratterizzante della vita politica e sociale del nostro Paese, così come proprio l'Assemblea costituente aveva voluto (laicità dello Stato di cui oggi purtroppo si stanno perdendo le tracce), in uno con gli insegnamenti dei Padri della Patria.

D'altra parte, la sua partecipazione ai lavori per la nostra Costituzione rafforzò in Emilio Colombo la consapevolezza della centralità del Parlamento per il rafforzamento della libertà e della democrazia nel nostro Paese, e questo suo condiviso convincimento egli ha espresso anche di recente in quest'Aula. La sua storia di statista ha lasciato una traccia profonda in Italia, in Europa e nella tua, Presidente Colombo, nella nostra terra di Basilicata.

Auguri ancora, presidente Colombo, e grazie per il tuo impegno permanente per la nostra Italia. (Applausi dai Gruppi IdV, PD, PdL e del senatore D'Alia. Congratulazioni).

ASTORE (Misto). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ASTORE (Misto). Signor Presidente, colleghi, anch'io, a nome del Gruppo Misto, il Gruppo di cui il presidente Colombo faceva parte fino a qualche anno fa, sento il dovere di fargli gli auguri di buon compleanno e di trarre alcune riflessioni alla sua presenza.

Essendo stato eletto la prima volta alla Costituente, credo ci ricordi quello spirito costituente che animò i Padri fondatori della Repubblica. In questo periodo in cui spesso qualcuno parla anche di riformismo velleitario, ritengo che un insegnamento del genere, con l'Assemblea costituente che negli anni 1946-1947 vide il cattolicesimo popolare, i liberali, il socialismo stare insieme intorno a un tavolo e dare la Carta costituente al Paese, e questa presenza ci invitino ancora una volta a recuperare questo spirito unitario: altrimenti, non andremo da nessuna parte. Se saremo insieme e uniti, se faremo le giuste mediazioni tra le diverse culture, credo che riproporremo al Paese ancora una volta la storia della prima Costituzione repubblicana.

Credo che ciò ci ricordi anche la centralità del Parlamento. Voglio qui ricordare una riflessione in proposito del senatore Colombo, allorché egli ebbe a sottolineare che, anche nella modernizzazione delle strutture istituzionali, il Parlamento deve restare sempre al centro dell'interesse e dell'importanza.

Ma permettetemi anche un ricordo di natura personale nel rivolgere i miei auguri al senatore Colombo. Da giovane democristiano, iscritto al movimento giovanile, ho assistito a diversi congressi. Il presidente Colombo ha partecipato per quarant'anni e più all'intera vita di un partito che oggi viene spesso bistrattato, ma la cui storia dovrà invece essere riscritta nel senso di riconoscerne l'importanza e l'utilità per questo Paese, che si è giovato dell'opera dei suoi uomini politici. Il senatore Colombo ha partecipato anche ai momenti di crisi della Democrazia cristiana. Nel 1994, dopo Tangentopoli, ha partecipato al cambiamento e alla trasformazione di quel partito nel Partito popolare. Bisogna dargli atto di essere stato nemico del clericalismo, di avere sempre partecipato - lo ha ricordato proprio lei, signor Presidente - ad una lotta serrata, estrema, affinché fossimo impegnati per l'idea europea, per uno Stato laico. Credo siano oggi in pochi a potersi fregiare del riconoscimento del Premio Schuman. Oggi la laicità dello Stato credo vada riscoperta ascoltando il dibattito degli ultimi giorni. Faccio rilevare che qualcuno ipocritamente vuole utilizzare alcuni messaggi dei vescovi, delle gerarchie ecclesiastiche trasferendoli in politica.

Da uomo del Sud, che ha fatto politica in una piccola Regione tanto simile alla sua, caro presidente Colombo, la ringrazio per il grande impegno che ha profuso per la rinascita del Sud. Oggi tutti riconosciamo che, a volte, esso si è realizzato in maniera troppo assistenziale; dobbiamo quindi riscoprire tutti questo impegno in modo nuovo, senza dover tendere la mano come mendicanti - come qualche forza politica spesso ci ricorda - ma affermando i diritti di un popolo che la storia ha penalizzato da 150 anni a questa parte, per poter tutti, come classe dirigente, assumere la responsabilità di crescere.

Desidero ricordare un episodio personale, presidente Colombo, che a lei farà tanto piacere. Nella veste di presidente dell'Università cattolica di una piccola città (capoluogo del Molise), quale è Campobasso, lei ha inaugurato, insieme a Papa Giovanni Paolo II, un centro di ricerca che oggi potrebbe rappresentare un'idea vincente delle nostre Regioni che inseguono il progresso.

Concludo il mio intervento con un insegnamento. Occorre dire no a certi giovanilismi imperanti. Bisogna ricordare a tanti che la gioventù è uno status e non una virtù. Bisogna valorizzare ogni età dell'uomo, perché ciascuna ha i propri valori. La presenza di quest'uomo, del presidente Colombo, ci dimostra ancora una volta che ad una certa età si può essere utili alla storia del proprio Paese.

Auguri di nuovo, presidente Colombo! (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

RUTELLI (Misto-ApI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RUTELLI (Misto-ApI). Signor Presidente, se cercassimo nell'Aula del Senato una personalità che rappresenti i due pilastri fondamentali della proiezione internazionale dell'Italia, ovvero l'idea europea e l'Alleanza atlantica, non vi sarebbe - e non vi è - altra figura in grado di rappresentarli e di testimoniarli con altrettanta coerenza e chiarezza quanto il senatore Emilio Colombo.

Colombo è stato uno degli elementi portanti di decenni di politica estera nazionale e dell'affascinante e faticoso cammino dell'integrazione dell'Italia in Europa. Come lei ha ricordato, signor Presidente, è stato tra i dirigenti politici nazionali di primo piano che non hanno avuto timore ad occuparsi dell'Europa, in stagioni nelle quali, purtroppo, un certo provincialismo delle classi dirigenti spingeva a scegliere poltrone nazionali piuttosto che un impegno nell'orizzonte di quella che era la nascente Comunità.

Colombo è stato un uomo di Stato e il suo bilancio - cito solo l'esperienza da Ministro delle finanze - resta come una delle pagine più lineari e convincenti di quella stagione politica e di governo. Mi sia consentito però ricordare, colleghi, nella vita e nell'esperienza politica di questo uomo il rapporto con la sua Basilicata. Se oggi, signor Presidente, la Lucania non è più quella dell'immagine che scelse Pier Paolo Pasolini per dipingere, ne «Il Vangelo secondo Matteo», l'estrema arretratezza tale da far assomigliare i sassi di Matera alla Gerusalemme dell'età di Cristo, lo si deve a classi dirigenti che hanno creato un differenziale di sviluppo in Basilicata che, da una parte, ha tenuto lontano dagli spazi della vita pubblica l'infiltrazione criminale e mafiosa e, dall'altra, ha permesso un incontro fertile e non infecondo, come in altre circostanze si è determinato, tra gli eredi delle culture democratiche principali della nostra Repubblica. Si tratta di un'esperienza che ancora vive e che ha bisogno certamente di aggiornamenti, ma la si deve in misura molto significativa all'equilibrio, alla capacità di innovazione e all'amore per la sua terra che il senatore Colombo ha saputo nutrire.

È stato, signor Presidente, un atto di civiltà e di responsabilità da parte di Emilio Colombo il rammarico che ha rivolto in pubblico nei giorni scorsi per una vicenda personale che lo ha toccato. Non poteva mancare in queste giornate. L'ha assicurato con appropriatezza e dignità.

Infine, signor Presidente, la sua testimonianza politica. A novant'anni è - a mio modo di vedere - l'esercizio ineccepibile del mandato di senatore a vita. Abbiamo ascoltato tante polemiche sul ruolo dei senatori a vita, praticamente tutte fuori luogo qui dentro, ma almeno oggi si potrà dire, in occasione della festa di compleanno del presidente Colombo, che c'è un modo di interpretare il mandato di senatore a vita che non è né fazioso né anodino. Non potrebbe che essere così. Chi può vantare un tale cursus istituzionale non può e non deve essere partigiano, né può nascondere i valori cui si è ispirato in tutta la sua vita politica, per primi - nel caso del presidente Colombo - quelli di un cristiano in politica e quelli di un'esperienza cristiano-democratica che al compiersi dei novant'anni mantiene tutta la chiarezza e la solidità di ispirazione.

Proprio di questo, nell'Aula del Senato, lo ringraziamo: dell'esercizio della qualità di senatore a vita al quale certamente i lavori di quest'Aula possono ispirarsi e dal quale possono ricavare un motivo di riconoscenza oltre che l'espressione di un augurio sincero. (Applausi dai Gruppi PdL, Pd, IdV e del senatore Peterlini. Congratulazioni).

MURA (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MURA (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, una frase pronunciata dal presidente Emilio Colombo mi ha colpito particolarmente. Il presidente Colombo afferma che l'immagine da lui scelta per rappresentarsi (un suo ritratto tra i contadini del Sud) appare eloquente e, al contempo, provocatoria. Essa riflette un ideale di politica basato sull'etica dell'ascolto ma anche sull'esigenza di un confronto umano, un impegno sociale non generico né distaccato.

Nella riforma agraria, ad esempio, così come nel recupero dei Sassi di Matera, la politica impegnata per la crescita morale e civile della popolazione e per la valorizzazione rispettosa del territorio e delle sue ricchezze ha trovato una esemplare sintesi dei suoi ideali e dei suoi metodi.

Il presidente Colombo può considerarsi un politico del Sud che può contare ancora su un consenso popolare incredibilmente vasto, specialmente tra gli agricoltori della sua Lucania.

Il presidente Schifani e tutti i colleghi che mi hanno preceduto hanno già tracciato le tappe di un percorso politico straordinario che, come tutti hanno ricordato, nasce nel 1946, quando il presidente Colombo, a soli 26 anni, è stato eletto deputato all'Assemblea costituente. Emilio Colombo non è sicuramente uno spettatore, ma un attore della politica di questo Paese dal dopoguerra ad oggi.

A nome del Gruppo della Lega Nord, mi associo a tutto il Senato nel porgere gli auguri al presidente Colombo di buon compleanno per i suoi 90 anni: tanti auguri, presidente Colombo! (Applausi dai Gruppi LNP, PdL, PD e UDC-SVP-IS-Aut).

GARAVAGLIA Mariapia (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Mariapia (PD). Signor Presidente, io ringrazio il mio Gruppo, che mi onora offrendomi l'occasione di parlare in questa circostanza. È per me l'occasione, attraverso un pensiero che, per necessità, sarà breve, di porgere gli auguri al presidente Emilio Colombo e di esprimere gratitudine a quella scuola politica che ha consentito anche a me di arrivare fin qui e di farlo nel PD, ancora con lui. Noi eravamo insieme nella DC e siamo oggi insieme nel PD.

Emilio Colombo, come molti di coloro che hanno attivamente dedicato l'attività politica militante a costruire il Paese, non solo a ricostruirne dalle macerie le strutture e le istituzioni, fu «inviato» nell'agone politico dai suoi educatori. Nella DC era abbastanza naturale assumere ruoli politici e sottoporsi al vaglio elettorale provenendo dall'associazionismo cattolico, dalla università cattolica, dall'Azione cattolica, dagli oratori, cioè da quegli ambienti dove non si faceva scuola politica ma si allenavano le persone ad essere cittadini, ad affinare i talenti e a mettersi a disposizione della comunità civile. È la scuola che gli ha consentito di mantenere intatta per tutta la vita, sempre, una invidiabile onestà intellettuale.

I tempi del nostro amico senatore a vita ci riportano, infatti, lontano nel tempo, agli anni della Costituente di cui fu giovane deputato. Emilio Colombo ci offre l'occasione per una riflessione su una lunga stagione politica, che ha visto prima affermarsi il partito della Democrazia cristiana, poi la sua eclisse e, infine, la sua scomparsa con la nuova presenza di frammenti di successione in movimenti diversi.

Non solo questo, però, perché per i più anziani può esservi un ricordo ancora più antico e, per certi versi, più denso di evocazioni politiche e culturali, con riguardo al Colombo che era un dirigente centrale dell'Azione cattolica ed esprimeva una tendenza al rinnovamento del Paese che si innestava, nel processo di ricostruzione del dopoguerra, nella sezione più giovane e promettente della squadra di Alcide De Gasperi.

Emilio Colombo non è stato un tecnico specialistico a senso unico e, quindi, unilaterale: lo abbiamo incontrato, in primo luogo, come esponente del movimento cattolico italiano, non solo partitico, ma di quello che si nutriva dell'insegnamento sociale della Chiesa cui fare riferimento per l'azione politica. Poi lo abbiamo trovato come una delle guide della vita economica del Paese, come Ministro di vari Dicasteri economici o con un forte impatto economico. Ha svolto anche importanti ruoli culturali, che sono stati tutti citati e sui quali non ritornerò. Egli è stato anche presidente dell'Istituto Toniolo, quello che ha promosso l'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Roma. È un periodo lungo, si potrebbe parlare di un secolo quasi intero di storia politica e istituzionale che ha visto sempre presente e attivo Colombo: come Ministro, come Presidente del Consiglio, come figura eminente del Parlamento europeo, di cui fu presidente per tre turni.

Più di altro ha segnato l'azione di Emilio Colombo la sua visione di politica estera, in cui ha svolto ruoli importanti fino alle ultime conferme della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, quando toccò a lui convincere i sovietici a non mollare l'impresa alla quale, in fondo, avevano dato anch'essi un forte contributo.

La dimensione europea emerge nella vita di Colombo quasi come un presupposto non solo di una cultura politica, ma di una cultura complessiva. Un tema che si è legato e continua a legarsi all'idea di uno scenario di pace e di collaborazione tra i popoli, in cui i cattolici democratici si sono impegnati con successo per decenni.

La generazione alla quale appartiene Colombo ha elaborato una costruzione democratica che appare distanziarsi dalle costruzioni spesso effimere degli epigoni di oggi, che sembrano gestire più di quanto non sia avvenuto nel passato la vicenda del momento, in un riformismo senza una prospettiva di ordine nuovo.

Oggi dobbiamo riconoscere che si deve a persone come Colombo un agire per niente ripetitivo. La sua azione (come quella di quanti hanno dedicato la loro vita ad un'attività politica concepita come missione), anche se segnata dagli anni, porta un patrimonio di valori che viene dagli insegnamenti di Camaldoli, dalla teologia delle realtà terrene, di Maritain e di altri.

L'attività politica di Colombo non piaceva alla sinistra democristiana nella quale io militavo. Però era una politica che, vista a distanza di tempo, appare nelle sue strutture unitarie e nella comunanza di una fede nell'impegno temporale.

La rievocazione, come tutte le rievocazioni, serve a questo: a renderci ancora presente un passato in cui ci si riconosce non solo come memoria, ma anche come esperienza politica significativa, con una visione delle istituzioni e dei rapporti politici anche tra maggioranza e opposizioni che non solo meritano rispetto postumo, ma anche un'attenzione di esemplarità.

Contrariamente ad altri amici della medesima generazione, Emilio Colombo non ci ha ancora affidato per iscritto i suoi ricordi, che non sono aneddoti personali, ma spezzoni di vita nazionale. Lo invito ancora a scrivere. Non può non lasciare testimonianze importanti. Se decidesse di dedicarvisi sarebbe non un dono alla storiografia, bensì una testimonianza di grande momento.

Certamente, i primi novant'anni di una persona si celebrano con un misto di rimpianto e di nostalgia, ma anche di speranza per un futuro che ci auguriamo tutti che continui, non solo per dare un lustro permanente alla Repubblica, ma anche contributi di conoscenza e di esperienza che oggi sembrano mancare in modo deplorevole.

Auguri dunque, presidente Colombo, e grazie per quanto ha già fatto per il Paese, nella speranza che rimanga un segno pedagogico per chi ci seguirà: e, in questo quadro, noi oggi le prestiamo ancora, come sempre, attenzione. (Applausi dai Gruppi PD, PdL e dei senatori D'Alia e Li Gotti).

CHIURAZZI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CHIURAZZI (PD). Signor Presidente, devo alla sua cortesia se posso, in deroga all'organizzazione consueta dei lavori e in occasione dei novant'anni del presidente Colombo, dar voce ad un sentimento di ammirazione, di gratitudine e di amicizia verso colui che considero un maestro della mia formazione politica nella Democrazia cristiana e nella mia intera esperienza nelle istituzioni.

Desidero, presidente Colombo, confermarle ammirazione per la sua dirittura, per lo spessore della sua testimonianza, per il servizio verso l'Italia e l'Europa; gratitudine per tutto ciò che ci ha trasmesso in termini di valori in tempi cosi difficili e controversi; amicizia per l'apertura umana, intellettuale e morale che ha riservato ad intere generazioni.

Lei ci ha insegnato che una delle missioni più alte della politica sta nell'offrire al Paese la testimonianza di come si possano conciliare interessi e valori, di come sia centrale il perseguimento del bene comune e di come le prospettive di un Mezzogiorno virtuosamente governato coincidano con quelle di un'Italia unita proiettata in Europa e nel mondo con la ricchezza delle sue risorse naturali e civili.

Lei ci ha insegnato anche che fra conservazioni ed estremismi vi è uno spazio di realismo e di sapienza che costituisce la garanzia di un ordine civile ed avanzato, nel quale trovano risposte libertà e sicurezza, diritti e doveri, lavoro, sviluppo e legalità.

Continui ad offrirci il suo contributo, presidente Colombo, e continui a guidarci in questa complessa stagione, ad illuminarci con la sua lucida ed esigente intelligenza, a credere nel valore delle istituzioni e nel Parlamento come cuore pulsante di una grande democrazia.

È questo il dono più prezioso al quale aspiriamo. Auguri, presidente Colombo! (Applausi dai Gruppi PD, PdL e del senatore Burgaretta Aparo).

LATRONICO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LATRONICO (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, si è scritto che da buon meridionale il senatore Emilio Colombo non gradisce essere celebrato, neppure nel giorno del suo 90° compleanno. Non ama essere celebrato, ma preferisce offrire spunti di riflessione.

In questo senso proverò brevemente a sottolineare qualche tratto della sua lunga e prestigiosa esperienza politica ed istituzionale per trarre qualche riflessione per il presente.

Intanto, è bene sottolineare che è figlio di una piccola ed orgogliosa terra, dell'unica Regione che si può permettere di avere due appellativi - Basilicata e Lucania - e che, seppur piccola, ha due versanti, bagnati da due mari: il metapontino, che affaccia sul mare Ionio, e quello della perla di Maratea, sul Tirreno.

Si racconta che i Romani durante l'Impero, per piegare la fierezza di questo piccolo popolo, non incline alla sottomissione, lo esclusero dalle grandi vie di comunicazione, e quella terra pagò per secoli il prezzo dell'isolamento.

Signor Presidente, questo popolo per anni andò fiero di Emilio Colombo: il suo itinerario politico rappresentò una sorta di riscatto di una Regione che negli anni successivi al secondo conflitto mondiale viveva la piaga della miseria, della povertà, dell'analfabetismo, delle grandi ondate migratorie, come documentano l'inchiesta parlamentare degli anni Cinquanta presieduta dall'onorevole Ambrico ed i rapporti sulla visita di De Gasperi ai Sassi di Matera, indicati come vergogna nazionale per le condizioni di prostrazione e di degrado in cui erano costrette a vivere migliaia di nuclei familiari.

Colombo legò la sua battaglia politica a questi grandi temi sociali che entrarono di forza nell'agenda dei primi Governi repubblicani.

La riforma agraria trasformò in tutto il Mezzogiorno il latifondo improduttivo in una rete di poderi produttivi, assegnando campi ed abitazione a braccianti senza terra, che vennero sottratti così alla fame ed all'indigenza. Si ricorda che nel 1948 De Gasperi e Segni lo inviarono - all'epoca giovane Sottosegretario di Stato per l'agricoltura - a Melissa, in Calabria, per tentare una difficile mediazione in un aspro conflitto sociale che si era aperto proprio per l'occupazione delle terre. La mediazione gli riuscì, e questa opera gli valse come viatico per il suo cammino istituzionale.

La legge sui Sassi di Matera trasformò gradualmente quella vergogna nazionale in patrimonio mondiale dell'umanità, riconosciuto dall'UNESCO, con un contestuale programma di edilizia sociale per il trasferimento delle famiglie che prima vivevano nei Sassi, progetti su cui lavorarono grandi urbanisti come Luigi Piccinato e Ludovico Quaroni.

L'industrializzazione degli anni Sessanta, con l'inizio dello sfruttamento dei primi giacimenti metaniferi, diede vita ai primi poli industriali della chimica, con il coinvolgimento dell'ENI di Enrico Mattei.

La prima grande infrastrutturazione viaria e la progettazione e realizzazione degli schemi idrici affrontarono, con il sostegno della Cassa del Mezzogiorno, le problematiche dell'isolamento e dell'accumulo e della distribuzione delle risorse idriche, come presupposti per dare impulso a nuove dinamiche di sviluppo.

Emilio Colombo ha goduto fino agli anni Novanta di un rapporto con il suo popolo che con linguaggio odierno potremmo definire plebiscitario (se non dispiace il termine al presidente Colombo). Largo e ripetuto è stato il consenso che gli è stato tributato dagli elettori lucani, sino al consenso record, ricordato dal presidente Schifani, di 850.000 preferenze conseguito nel 1979 nella circoscrizione meridionale per la prima elezione diretta del Parlamento europeo.

Egli rappresentava l'emblema di una generazione di cattolici che, nel dopoguerra, scelsero l'impegno politico ed istituzionale come frontiera di una testimonianza laica ma fortemente ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa. Grandi furono i pastori che esercitarono su di lui l'influsso: don Vincenzo D'Elia, suo parroco, amico di don Sturzo e fondatore del Partito Popolare in Basilicata; monsignor Augusto Bertazzoni, vescovo lombardo, amico di don Orione, che si distinse per il suo apostolato intenso e profetico nel Mezzogiorno; monsignor Delle Nocche, altro grande vescovo che ha lasciato traccia indelebile delle sue opere sociali ed educative in terra lucana; don Giuseppe De Luca, prete lucano e romano, nel senso teologico, fortemente impegnato nelle battaglie contro il modernismo, del quale però seppe cogliere il valore di reazione ad un cattolicesimo debilitato ed incapace di reggere il confronto con il mondo moderno. Maestri che Emilio Colombo ebbe la fortuna di incontrare e che segnarono la sua vita e quella di tante altre persone meno note che pure determinarono il clima culturale e sociale di quegli anni di rinascita.

Una storia che ha coinvolto diverse generazioni di amministratori su cui Emilio Colombo ha esercitato per anni carisma e guida; una trama che dopo il 1994 non è scampata alla diaspora che ha colpito l'unità politica dei cattolici italiani e che in Basilicata ha prodotto posizioni ed esiti controversi su cui sarebbe utile riflettere.

Ma oggi, con austerità, presidente Colombo, festeggiamo i suoi 90 anni: una vita spesa prevalentemente a servizio degli interessi della Nazione e della sua gente. Il tempo della vita è fatto di momenti di tempo, di gloria e di errori che segnano l'esperienza di ciascun uomo, metafora del limite che ci caratterizza, contro ogni superbia ed albagia.

Al presidente Colombo è capitato di vivere, anche da Padre costituente, un tempo di costruzione e di rigenerazione del Paese e del mondo, di incontrare grandi maestri e di vivere a fianco dei grandi protagonisti della politica italiana e di quella internazionale. La sua generazione porta il merito di aver ancorato l'Italia ad un sicuro assetto democratico e ad una sponda di libertà allora per niente scontata. Di questi traguardi, dell'impegno europeista perché l'Europa si trasformasse da luogo di guerra e di sterminio in spazio di pace e di cooperazione economica e politica, come avevano ardentemente desiderato Schuman, Adenauer e De Gasperi, le nuove generazioni vi sono certamente grate e riconoscenti.

Il Gruppo parlamentare del PdL, a mio tramite, le formula gli auguri più sinceri nel giorno del suo 90° compleanno e si associa ai sentimenti di riconoscenza espressi dal Presidente del Senato e dall'intera Assemblea. (Applausi).

COLOMBO (UDC-SVP-IS-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COLOMBO (UDC-SVP-IS-Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, comincerò questo mio breve discorso in modo irrituale rispetto all'argomento e dimostrerò che sono meridionale, ma solo fino ad un certo punto.

Innanzitutto, desidero associarmi alle parole che il Presidente ha pronunciato nei riguardi della Nazione polacca per il dolore nel quale questo nobilissimo popolo versa in questo momento. Allo stesso modo vorrei associarmi al dolore per le famiglie delle vittime e per tutti quanti hanno sofferto nel disastro ferroviario in provincia di Bolzano.

Poi (anche questo è irrituale) mi domando cosa posso fare dopo avere ascoltato le parole del Presidente e dei tanti colleghi, quelli che hanno voluto - e li ringrazio - intervenire in Assemblea e quelli con cui personalmente mi sono incontrato.

Non saprei dire quali e quanti sentimenti si affollino nel mio animo in questo momento. Innanzitutto un sentimento di gratitudine per aver voluto ricordare il senso di una lunga esperienza, da me vissuta nelle istituzioni, nel segno di un'ispirazione cristiana, che è stata essenziale nella mia visione politica. Sono grato inoltre del fatto che si sia voluto sottolineare e anche condividere il valore che ho attribuito alle istituzioni democratiche e alla centralità del Parlamento - come ha detto lei, signor Presidente, all'inizio di questo nostro incontro - come luogo nel quale si custodiscono, si rinnovano e si perpetuano i fermenti liberi e civili di una grande Nazione democratica quale è l'Italia.

Ricordo ancora oggi con emozione profonda il mio primo ingresso nell'Aula parlamentare all'epoca della Costituente, nel 1946. Venivo da una combattuta campagna elettorale, che mi aveva posto di fronte a Francesco Saverio Nitti a Guido Dorso, a Carlo Levi, a Fausto Gullo, prima, e anche a Giorgio Amendola, più tardi, ed entravo in una grande Assemblea di eletti, tra i quali De Gasperi, Vittorio Emanuele Orlando, Moro, Segni, Dossetti, Fanfani, Calamandrei, Togliatti, Nenni, Terracini, Concetto Marchesi, Benedetto Croce: misurate la differenza! Credo che mai più si sia determinata nella vita democratica italiana una così fitta e preziosa confluenza di passioni politiche e di intelligenze, regolata da un'aura di rispetto e di partecipazione ad un'altissima impresa quale è stata l'edificazione - come la definì Giorgio La Pira - dell'architettura costituzionale del Paese.

Oggi, se mi guardo indietro, sento l'orgoglio di essere stato parte, nelle mie proporzioni, di una pagina straordinaria della vita italiana e di averla vissuta in Italia, in Europa, nel mondo con il privilegio di rivestire responsabilità pubbliche, per le quali sono grato al mio Paese, alla gente lucana, alla Democrazia Cristiana, che mi hanno onorato di un mandato, che ho cercato di assolvere in tranquilla e consapevole coscienza. Posso dire solo che non è mai venuta meno in me, e voglio riaffermarlo qui in questa sede, la consapevolezza del limite nelle azioni di governo e della politica e che il principio di «non appagamento» mi ha sempre sollecitato a dare il meglio della mia attitudine e delle mie capacità.

A 90 anni, nel tempo dei consuntivi, ringrazio tutti quanti hanno inteso rispettare e condividere il mio impegno, riconoscere la bontà delle mie intenzioni, l'onestà intransigente delle mie convinzioni e perdonare le mie impazienze e gli errori di cui è lastricata la strada di ciascuno di noi.

Se c'è un messaggio che vorrei affidare a chi è più giovane di me, a quanti sono, per fortuna, tanto giovani, benché senatori in quest'Aula, è di credere nella democrazia senza imboccare scorciatoie, di difenderla dalle tossine del populismo - parlo di quello cattivo - che diviene una inclinazione diffusa e una illusione se persuade che la democrazia non implichi fatica, sacrifici e coerenza.

Credere nella democrazia e nelle sue istituzioni è stato per me un imperativo ancora più esigente quando, nella mia lunga esperienza, essa è apparsa minacciata e sottoposta a prove difficili. Perciò considero questa la premessa di ogni politica, un modo per difendere l'unità del Paese a 150 anni dalla sua fondazione, un modo per tenere viva una speranza civile, l'idea di un Paese che vuole continuare ad essere forte e rispettato nel mondo.

Poiché in questi giorni nel Paese si dibatte animatamente di riforme e di riforme costituzionali, vorrei rinnovare in questa sede e cercare di trasmettere a tutti voi l'emozione che provai all'Assemblea costituente allorquando Benedetto Croce, dopo averci esortato a evitare un voto poco meditato - sono le sue parole - e perciò un pungente e vergognoso rimorso, invitò tutti quanti a raccogliersi - lo ricordo ancora - e a intonare, lui laico non credente, le parole dell'inno sublime: «Veni, creator Spiritus, mentes tuorum visita; accende lumen sensibus; infunde amorem cordibus (Vivi, prolungati applausi. Molte congratulazioni).