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Non siamo qui oggi, noi testimoni (in tal veste sono stato
chiamato a parlare) di oltre mezzo secolo della storia Italiana per una
celebrazione. Non siamo qui per una urgenza retorica o per esaltare un
vario patriottismo di bandiera. Siamo qui per un dovere verso la storia,
cinquant’anni dopo quel 18 aprile che oggi ricordiamo. Siamo qui per un
dovere verso la corretta comprensione di tutti quegli eventi a cui molti
guardano con scetticismo, altri con nostalgia, altri con ostilità, altri
ancora con orgoglio, molti altri purtroppo li ignorano.
Vogliamo ricordare a chi c’era e a chi non c’era, rivivendo quella
vicenda attraverso i racconti che ne fanno i testimoni, o gli storici o
gli agiografi, che quel 18 aprile fu l’evento dal quale, dopo la lotta
di resistenza al fascismo e sul tessuto vivente dei valori trasfusi anche
dallo straordinario impegno dei cattolici Italiani nella Carta
Costituzionale, nacque la democrazia repubblicana.
Chi ha sostenuto che l’impegno, il fervore intellettuale e civile dei
cattolici nella definizione delle linee di fondo della Costituzione ha
rovesciato l’ipoteca illuministica, il lascito di un secolo fondato sull’arroganza
della ragione e sullo straripamento del limite umano, dice una cosa
assolutamente vera quand’anche lo dicesse malvolentieri.
Poiché il lavoro dei democristiani nella Assemblea Costituente, quale
sarebbe giusto ed utile tornare, consentì di collocare la persona e la
sua proiezione sociale al centro dell’ordinamento, rovesciando le
concezioni individualiste e collettiviste facendo della libertà un valore
civile che secondo Benedetto Croce milita “non solo con la storia me con
l’eterno”.
Dobbiamo tornare al 18 aprile sapendo quello che esso rappresentò: un
crinale terribile fra democrazia e dittatura, fra libertà e servitù, fra
Oriente e Occidente, fra una politica estera ancorata al campo delle
democrazie occidentali ed un’altra obbligata verso le “democrazie
popolari”, che per fortuna, oggi, anche coloro che le esaltarono, le
definiscono o giudicano impopolari.
Uno spartiacque drammatico, questo, fra opposte visioni del mondo,
della storia, della libertà e del futuro collocato in un orizzonte
tragicamente segnato dai colpi di stato e di partito, rivelato al mondo
dal colpo di stato in Cecoslovacchia, dalla conquista del potere comunista
in Ungheria, dalle impiccagioni in Bulgaria e dalle defenestrazioni, non
metaforiche, se é vero che costarono la vita a Masarik, che io stesso
avevo Conosciuto ed incontrato un anno prima così come avevo incontrato
orgoglioso ma già manifestamente impotente difensore della indipendenza e
della libertà della Cecoslovacchia.
Dal 18 aprile inizia quel lungo viaggio della democrazia Italiana che si
lascia alle spalle il tripartito con le partecipazione del Partito
Comunista, la Convocazione del Cominform cui partecipò Togliatti e
ricevette aspre rampogne per essersi fatto espellere dal Governo e le
inquietudini di Nenni costretto fra Scilla e Cariddi, fra fremiti
autonomistici ancora acerbi e i più pressanti doveri verso la sinistra,
la sua paura di contarsi nelle elezioni dopo la scissione di Palazzo
Barberini, le sue sollecitazioni per la creazione del Fronte Popolare.
Noi che abbiamo vissuto quei tempi, li ricordiamo non solo per il dramma
civile che li connotò, ma per il fervore con cui allora giovani
percorremmo l’Italia distrutta, disperando talvolta che l’avremmo
potuta ricostruire con l’urgenza delle nostre speranze, ma
consapevolmente coinvolti in una lotta nella quale sentivamo che erano in
causa le ragioni profonde della nostra identità e del nostro
futuro.
Avvertivamo che pure in una contrapposizione lacerante, c’era un Paese
che voleva vivere, trovare la strada dello sviluppo, scegliere, pur nel
confronto più aspro, la libertà e la democrazia. Sentivamo Insomma che
non era solo uno scontro fra Partiti Italiani, ma fra sistemi di valori e
fra i grandi interessi Internazionali composti a Yalta non senza
ambiguità, ingenuità, o infingimenti, e prossimi ad entrare in
collisione per ragioni che in ogni caso toccavano drammaticamente la
nostra esperienza. Del resto già in Grecia la rivolta del comunista
Markos minacciava di alterare i labili confini delle zone di influenza
configurati a Yalta.
Una vittoria comunista in Italia, di un comunismo strettamente legato alla
politica sovietica, benché non privo di flessibilità, non avrebbe
soltanto travolto le nostre libertà, ma avrebbe anche stravolto i fragili
equilibri internazionali. Ecco perché il 18 aprile non è un anniversario
qualunque, né riguarda soltanto la memoria Italiana.
E’ l’inizio di una nuova storia nella quale con De Gasperi, con i
cattolici Italiani, Con le forze laiche democratiche vinse l’Italia che
credeva nella libertà e con la Democrazia Cristiana si snodò quell’itinerario
che avrebbe portato le coalizioni democratiche a scandire le tappe dell’evoluzione
del Paese, costruendo le condizioni per una democrazia matura, che ha
saputo reggere alle Insidie più gravi e ha saputo interiorizzarne le
regole al punto che ogni dialettica vera ha potuto trovare le strade di
una civile cooperazione é vero anche che vi sono stati errori,
inevitabili in un così lungo periodo e nell’esercizio di una vita
democratica che per ragioni politiche è stata sempre molto
difficile.
Questo patrimonio di regole civili che abbiamo costruito nel dopoguerra
non è stato frutto del caso o di una benevola concessione. Vi ha concorso
una dura lotta di liberazione, una lotta dl popolo che ha segnato
indelebilmente la coscienza nazionale e che ha contribuito a consolidare
il tessuto dei valori di cittadinanza democratica e un permanente e
radicato statuto di libertà. Fu una vittoria imprevista?Oggi possiamo
dire che essa giunse inaspettata? Taluno sostiene perfino che il P.C.I non
l’auspicasse.
Questa che per tanti anni é stata giudicata a sinistra una affermazione
propagandistica oggi viene accreditata come una verità universale se
perfino l’Unità scrive del 18 aprile come dl “una data fondante e
caratteristica nella vita di una comunità nazionale” della quale “se
la sinistra si ostinasse a riconoscere l’importanza e la positività
farebbe torto alla sua lunga marcia che l’ha portata alla guida del
Paese”.
C’è nella tardiva consapevolezza della sinistra post-comunista l’ammissione
di una eterogenesi dei fini quasi di una “sconfitta a fin di bene” che
salvò l’Italia e aprì quel fecondo itinerario lungo il quale le forze
politiche avrebbero duellato anche aspramente guardandosi bene tuttavia
dal travolgere il fragile edificio che da opposti versanti avevamo
contribuito ad edificare.
Ricordo che uno dei leit-motiv dei nostri colloqui con il popolo nelle
piazze affollate delle città, nelle campagne, fra gli operai, era che la
vittoria della libertà e di una democrazie pluralista non solo avrebbe
aperto la strada allo sviluppo del Paese, ma avrebbe convinto a quei
valori anche coloro che li combattevano duramente.
La storia, non si può negarlo, ci ha dato ragione, non soltanto in
Italia, sede del più forte Partito comunista delle democrazie
occidentali, ma nel più vasto e complesso quadro internazionale.
Eppure sul 18 aprile esistono ancora letture e interpretazioni faziose. La
vittoria democristiana viene ancora collegata al brulicare delle “Madonne
pellegrine”, al tuonare dei ”microfoni di Dio” al formicolare degli
attivisti di Gedda, alla pervasiva attività delta Chiesa di Pio XII, al
voto delle vecchiette che certamente non potevano immaginare che poi
sarebbero state esaltate perfino da Benedetto Croce.
Si tengono in sottordine la natura e la qualità dello scontro dell’epoca.
Si preferisce, oggi ancora, pur se in maniera meno esplicita, insistere
sulle prevaricazioni e sui ricatti dell’influenza americana invece che
sulle ragioni “italiane” della sconfitta del Fronte popolare e sulla
percezione inequivocabile da parte del popolo italiano della portata
interna e internazionale del voto.
E del resto una grande Nazione come gli Stati Uniti, chiamate in Europa
per difenderla dalle atrocità naziste, non avrebbe dovuto aiutare non
solo l’Italia ma anche l’Europa, come fece con il Piano Marshall a
ricostruirsi e a difendersi da nuovi attentati alla libertà che
provenivano dall’Est?
Si ricordi che il Piano Marshall fu offerto a tutti i Paesi dell’Est, ma
fu rifiutato. E quando fu noto Il rifiuto di Praga, ordinato da Mosca,
divenne concreta e visibile quella separazione fra Est ed Ovest che
Churchill aveva preconizzato nel suo discorso di Fulton e che passò alla
storia come cortina di ferro. Togliatti, si dice, “si augurava la
sconfitta, per lungimiranza o per superiore saggezza?” Non ce ne
accorgemmo tale era la tensione della lotta che talvolta degenerò in
scontri fino a far temere in zone circoscritte la guerra civile. Peraltro,
chi vi parla non sfuggì il 10 aprile 1948, insieme con Antonio Segni e
con la Sig.a Iervolino De Unterrichter ad un attentato da parte dl forze
comuniste durante un comizio in un grosso paese della Basilicata, nel
quale i comunisti avevano deciso che nessuna altra forza oltre la loro
avrebbe potuto parlare?
Forzature sono evidenti sia nella tesi della invadenza americana, sia nel
racconto di una pretesa rassegnazione di Togliatti alla sconfitta. Tanto
più che, nonostante la svolta di Salerno, permanevano nel Partito
Comunista tendenze rivoluzionarie che non condividevano la moderazione
togliattiana.
Basterebbe ricordare la truculenza di alcune, ormai celebri minacce
rivolte a De Gasperi una volta chiuso il contenzioso elettorale, e le
incertezze iniziali dell’Amministrazione americana verso il Governo e la
Democrazia Cristiana.
La versione buonista, elegiaca e profetica di un Togliatti addirittura
persuaso, ante litteram, dell’utilità di perdere, fa parte dell’agiografia
che ha accompagnato il 18 aprile. Dobbiamo sbarazzarci di questa melassa
per rispetto a noi stessi, alla storia che abbiamo saputo costruire e al
futuro che ancora potremo e dovremo contribuire a realizzare se saremo
capaci di elaborare un pensiero comune ed una maggiore unità.
Anche per queste ragioni sento una spontanea reazione dell’anima quando
politologi faziosi e storici di bottega fanno coincidere questi cinquant’anni
con la metafora di tangentopoli e con il logo delle stragi, proponendo una
lettura criminale di questi anni.
Del resto non è un puro esercizio della retorica questo reciproco
legittimarsi delle due storie che hanno crudelmente segnato il Novecento.
Non é un gioco futile questa triste e reciproca contabilità dei morti
nelle foibe e nei campi nazisti e questo assolversi nelle nebbie di una
ardua compensazione e di un reciproco perdono. Il perdono é vero se si
riconoscono le colpe e se ne percepiscono le origini culturali, politiche
ed etiche.
Non è un gratuito gioco di sentimenti quello che induce Violante e Fini a
rinnovare a Trieste la memoria dei delitti in nome della riscrittura di
una storia pacificata. E’ un preciso e razionale calcolo dell’intelligenza
e della politica che viene orientato contro i cinquant’anni che ci
separano dai 18 aprile.
C’è il tentativo maldestro di cancellare 50 anni dì libertà e di
feconda maturazione civile, al quale dobbiamo reagire, rammentando il
valore del 18 aprile e ricollocandolo, contro tutte le
strumentalizzazioni, nella sua giusta dimensione e nei successivi
difficili sviluppi, pur riconoscendo gli errori compiuti. Fu una vittoria
“politica”, quella del 18 aprile. Protagonista ne fu De Gasperi e, con
lui, la Democrazia Cristiana. Da De Gasperi venne la piattaforma politica.
Egli la sostenne e ne assunse responsabilità e rischi.
Nel mondo cattolico erano presenti alcune tendenze a contrapporre al
Fronte popolare un blocco d’ordine, esteso alle forze dl destra, ai
cattolici e non cattolici che nelle elezioni per la Costituente si erano
schierati a destra della Democrazia Cristiana, dal monarchici, ai
qualunquisti, ai nostalgici del fascismo. De Gasperi scelse di
contrapporre ai frontisti un partito dalle salde e indiscusse radici
democratiche e liberali, ancorato alla tradizione di cattolici popolari.
Solo un tale progetto avrebbe potuto coinvolgere e attirare i consensi di
popolo, di ceti medi, dell’imprenditoria più attenta e più libera e
avrebbe consentito un’alleanza con i partiti laici che il timore di un
insorgente clericalismo avrebbe potuto spingere verso il Fronte
popolare.
Quella fu la prova del nove della democrazia Italiana. Fu la culla del
riformismo democratico guidato da un‘idea liberale e solidale della
politica. Ma di quella vittoria fu protagonista anche tutto li mondo
cattolico, salvo alcune minoranze erratiche a destra e a sinistra.
Fa piacere leggere le lucidissime pagine alle quali Luigi Gedda affida il
ricordo della sua generosa militanza, la testimonianza dello scrupolo
pastorale con il quale Pio XII visse quelle drammatiche vicende, curando
che lo sguardo profetico della Chiesa guardasse al di là della natura
degli schieramenti in campo e tuttavia pretendendo che venissero fatti
salvi i valori d i civiltà e di libertà che sono nella vocazione e nelle
speranze dell’uomo. Proprio perché intorno a questo grande Pontefice
spesso si rinnovano infondate polemiche, vogliamo qui confermare la nostra
riconoscenza.
Vogliamo e dobbiamo anche riconoscere a Luigi Gedda la parte determinante
che egli ebbe nella mobilitazione del mondo cattolico. Lungo tutto il
dopoguerra, ferma restando l’ispirazione cristiana e il permanente
richiamo alla dottrina sociale della Chiesa, la laicità responsabile è
stata la stella polare sulla quale, per un libero patto associativo e per
una forte condivisione dei fini, é stata costruita l’unità politica
dei cattolici Italiani.
Questa unità ha superato prove difficili dalla “tentazione “ romana
delle elezioni del ‘52, ai tormenti del centro-sinistra sotto la guida
di Aldo Moro, alla tragedia del terrorismo, alla difesa della democrazia e
dello Stato, e alla permanente predisposizione ed impegno per l’allargamento
della base democratica.
Ha sempre prevalso la ragione di fondo della presenza organizzata dei
Cattolici italiani d i una cultura mirata alla promozione del valore
umano, aperta alle dimensioni della solidarietà fra i popoli,
innanzitutto nel campo occidentale e in funzione dell’idea di Europa che
sono state le intuizioni più ricche e più geniali, pur se allora
duramente contrastate.
L’Europa innanzitutto. Chi ha vissuto la passione per l’Europa non
può non ricordare il difficile cammino che l’ha segnata dal 1951,
attraverso tappe significative ed esaltanti: dalla costituzione della CECA
al Trattato di Roma, fino ai giorni nostri nei quali salutiamo con
soddisfazione approdo dell’Italia nel sistema di moneta unica, anche per
il nostro impegno forte e coerente e per la tenace volontà del Governo
Prodi e della maggioranza.
Cammino lungo e accidentato, quello europeo, sempre insidiato dal timore
degli Stati di perdere quote crescenti di sovranità nazionale e tuttavia
percorso con coraggio e perseveranza. Chi potrebbe non ricordare
vividamente l’ammonimento di De Gasperi, alla vigilia della sua morte, a
non lasciare cadere il trattato del CED che scandiva l’ingresso nell’architettura
europea dei primi chiari elementi di sovranazionalità?
Ecco le due grandi, storiche preoccupazioni di De Gasperi: la politica
delle coalizioni democratiche, sia per bloccare le tentazioni
clerico-moderate, sia per sconfiggere la sinistra e la politica di
integrazione europea per bloccare gli egoismi nazionali. Un sentiero
stretto, un rettilineo itinerario verso la piena maturità democratica
dell’Italia.
Il 18 aprile del 1948 ha vinto quindi non un simbolo astratto, non a paura
del baratro, non la reazione alla minaccia che veniva dalle frontiere
orientali, dall’ambigua pressione iugoslava dall’irredentismo titoista
alle sanguinose vicende ceche o ungheresi.
Ha vinto un’idea dell’Italia, di un destino, di un futuro che è
impossibile cancellare o riscrivere ad uso dei presunti “vincitori”.
Hanno vinto un’idea tollerante e solidale della politica, un’idea
liberale e temperata dell’economia, un’idea ricca e umana della
libertà. Ha vinto la convinzione di perseguire le coalizioni democratiche
anche quando qualche segmento del pensiero cattolico riteneva che l’investitura
popolare dovesse essere spesa “integralmente” per la costruzione dello
Stato cristiano, o quando riemergevano, perché non del tutto spente, gli
echi di tendenze cattolico-moderate o di gentilonismo. Hanno vinto le
intuizioni del Gonella degli “acta diurna” della raffinatissima
riflessione giuridica. Ha vinto una straordinaria leva di uomini di
governo e di operatori sociali che, considerati i grami orizzonti del
dopoguerra, apparvero un autentico miracolo e qualificarono il profilo
alto della classe dirigente del Paese.
Se pensiamo a Scelba, oggi timidamente “recuperato” e rimpianto dopo
decenni di invettive e di giudizi sommari, a Vanoni, a Dossetti, a La
Pira, a Lazzati, a Segni, a Doant Cattin, a Moro, a Pastore, Zaccagnini,
abbiamo una galleria di personaggi, ognuno dei quali oggi riempirebbe
intere pagine di giornali e impegnerebbe meno futili trasmissioni
televisive. Mi limito a citare alcuni di hanno lasciato, augurando lunga
vita presenti.
Mi è grato inviare un caloroso saluto a Fanfani e a Scalfaro.
Questo è il 18 aprile che ricordiamo e rivendichiamo. Senza retorica
quindi ed evitando clamori fastidiosi delle saghe pubblicitarie
multimediali alle quali assistiamo.
Avendo memoria e coscienza di quel che il 18 aprile rappresenta, mi sono
chiesto se per caso i cattolici italiani, guardandosi attorno, non debbano
avvertire il peso di una eredità che non può andare dispersa e il senso
di una responsabilità che hanno ancora verso l’Italia. Una eredità che
nessuno può amministrare per conto proprio o con arbitrarie
interpretazioni.
Non è esaurita certo la nostra storia. Essa è così piena di promesse e
di impegni da esigere che i cattolici italiani trovino il perduto bandolo
della matassa. L’Europa può tornare a unire i Cattolici, e con essa l’unità
del Paese, l’idea della sussidiarietà, della libertà e della
solidarietà che sono il cuore dell’ispirazione cristiana, così come la
consegnano a noi Sturzo e De Gasperi.
Allora, il 18 aprile 1948, potemmo dare un determinante contributo alla
nostra Patria perché fummo uniti. Se uniti saremo forti, se forti saremo
liberi, ammoniva De Gasperi e Moro esortava “meglio perdere insieme che
vincere da soli.” C’è l’impresa della nuova Costituzione, cioè il
progetto di far rivivere la tessitura del valori contenuta nella prima
parte della Carta, dentro una nuova organizzazione istituzionale,
economica e sociale adeguata al tempo che viviamo. Un costituzionalista
come Urbani ci invitò ad una “pulizia concettuale “. Un invito questo
quanto mai oggi attuale.
E’ necessario che il lavoro che sì va compiendo nella Bicamerale sia
purgato dagli elementi contraddittori soprattutto non rifletta una
concezione della democrazia che esalti un potere verticistico ed elitario,
comprimendo le funzioni essenziali del Parlamento.
La democrazia non é solo un complesso di procedure tecniche e di regole
elettorali: è Svolgimento della libertà è partecipazione e controllo
sociale sulle scelte della maggioranza.
Ciò implica la Convinzione che le tecniche elettorali non possano
sostituire la politica. Non c’è scorciatoia che possa guarire la crisi
della politica: né elettorale, né istituzionale, nè, meno che mai,
giudiziaria. Non esistono formule esorcistiche, né dogmi.
Non basta premettere la fede assoluta nel bipolarismo, prima di ogni
ragionamento politico. li bipolarismo è un processo faticoso, lungo, un
itinerario, non una formula assolutoria dell’anima. Esso costituirà una
risposta compiuta solo quando saprà rispondere ad una domanda di senso,
cioè quando consentirà a ognuno di votare secondo un’idea e una
speranza liberamente collegata al valori di fondo dl una società
pluralista.
Dobbiamo impegnarci a far rivivere la nostra cultura nelle forme nuove
della politica, lottare contro l’inaridimento del sistema politico,
Contro il prevalere delle tecniche elettoralistiche sul confronto ideale,
contro la riduzione delle istituzioni a quinte di un gioco senza anima,
votato esclusivamente allo spettacolo e all’evasione.
Noi siamo qui oggi. Altri che vengono dalla nostra stessa esperienza
storica e politica stanno compiendo un rito analogo della memoria. Questa
é la profonda amarezza che accompagna Il ricordo di un nostro grande
servizio reso insieme all’Italia.
Questa é probabilmente la prova vivente di una debolezza. Certo non di
una forza, poiché è il segnale di divisioni che ci rendono poco
influenti o subalterni. Non so quanta consapevolezza vi sia del fatto e
non sono le alleanze a definire l’identità delle differenze del
cattolicesimo democratico, poiché soltanto il coraggio e l’onestà di
recuperare insieme cultura e progetto potrebbe costituire un contributo di
incalcolabile valore per rafforzare il fragile sistema politico del nostro
Paese. A partire naturalmente dal senso che storicamente, idealmente,
politicamente, ha voluto assumere il 18 aprile 1948 nella storia
Italiana.
Questo mi sembrerebbe un buon modo di tornare al 18 aprile, alle sue mille
eco, palpabili e impalpabili, al suo significato vero, rinnovando la
scommessa della cultura dei Cattolici dl fronte all’Italia e all’Europa.
Io credo che sia possibile la rinascita di un progetto alto e civile. A
patto, naturalmente, che noi, eredi e testimoni non da soli, di questa
storia, continuiamo ad esserci e a lottare.
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