Intervento dell’On. Emilio Colombo
18 Aprile 1948 - 18 Aprile 1998
Roma Teatro Adriano - 18 aprile 1998
 

Non siamo qui oggi, noi testimoni (in tal veste sono stato chiamato a parlare) di oltre mezzo secolo della storia Italiana per una celebrazione. Non siamo qui per una urgenza retorica o per esaltare un vario patriottismo di bandiera. Siamo qui per un dovere verso la storia, cinquant’anni dopo quel 18 aprile che oggi ricordiamo. Siamo qui per un dovere verso la corretta comprensione di tutti quegli eventi a cui molti guardano con scetticismo, altri con nostalgia, altri con ostilità, altri ancora con orgoglio, molti altri purtroppo li ignorano. 
Vogliamo ricordare a chi c’era e a chi non c’era, rivivendo quella vicenda attraverso i racconti che ne fanno i testimoni, o gli storici o gli agiografi, che quel 18 aprile fu l’evento dal quale, dopo la lotta di resistenza al fascismo e sul tessuto vivente dei valori trasfusi anche dallo straordinario impegno dei cattolici Italiani nella Carta Costituzionale, nacque la democrazia repubblicana. 
Chi ha sostenuto che l’impegno, il fervore intellettuale e civile dei cattolici nella definizione delle linee di fondo della Costituzione ha rovesciato l’ipoteca illuministica, il lascito di un secolo fondato sull’arroganza della ragione e sullo straripamento del limite umano, dice una cosa assolutamente vera quand’anche lo dicesse malvolentieri.  
Poiché il lavoro dei democristiani nella Assemblea Costituente, quale sarebbe giusto ed utile tornare, consentì di collocare la persona e la sua proiezione sociale al centro dell’ordinamento, rovesciando le concezioni individualiste e collettiviste facendo della libertà un valore civile che secondo Benedetto Croce milita “non solo con la storia me con l’eterno”. 
Dobbiamo tornare al 18 aprile sapendo quello che esso rappresentò: un crinale terribile fra democrazia e dittatura, fra libertà e servitù, fra Oriente e Occidente, fra una politica estera ancorata al campo delle democrazie occidentali ed un’altra obbligata verso le “democrazie popolari”, che per fortuna, oggi, anche coloro che le esaltarono, le definiscono o giudicano impopolari.  
 Uno spartiacque drammatico, questo, fra opposte visioni del mondo, della storia, della libertà e del futuro collocato in un orizzonte tragicamente segnato dai colpi di stato e di partito, rivelato al mondo dal colpo di stato in Cecoslovacchia, dalla conquista del potere comunista in Ungheria, dalle impiccagioni in Bulgaria e dalle defenestrazioni, non metaforiche, se é vero che costarono la vita a Masarik, che io stesso avevo Conosciuto ed incontrato un anno prima così come avevo incontrato orgoglioso ma già manifestamente impotente difensore della indipendenza e della libertà della Cecoslovacchia.
 
Dal 18 aprile inizia quel lungo viaggio della democrazia Italiana che si lascia alle spalle il tripartito con le partecipazione del Partito Comunista, la Convocazione del Cominform cui partecipò Togliatti e ricevette aspre rampogne per essersi fatto espellere dal Governo e le inquietudini di Nenni costretto fra Scilla e Cariddi, fra fremiti autonomistici ancora acerbi e i più pressanti doveri verso la sinistra, la sua paura di contarsi nelle elezioni dopo la scissione di Palazzo Barberini, le sue sollecitazioni per la creazione del Fronte Popolare.
 
Noi che abbiamo vissuto quei tempi, li ricordiamo non solo per il dramma civile che li connotò, ma per il fervore con cui allora giovani percorremmo l’Italia distrutta, disperando talvolta che l’avremmo potuta ricostruire con l’urgenza delle nostre speranze, ma consapevolmente coinvolti in una lotta nella quale sentivamo che erano in causa le ragioni profonde della nostra identità e del nostro futuro. 
Avvertivamo che pure in una contrapposizione lacerante, c’era un Paese che voleva vivere, trovare la strada dello sviluppo, scegliere, pur nel confronto più aspro, la libertà e la democrazia. Sentivamo Insomma che non era solo uno scontro fra Partiti Italiani, ma fra sistemi di valori e fra i grandi interessi Internazionali composti a Yalta non senza ambiguità, ingenuità, o infingimenti, e prossimi ad entrare in collisione per ragioni che in ogni caso toccavano drammaticamente la nostra esperienza. Del resto già in Grecia la rivolta del comunista Markos minacciava di alterare i labili confini delle zone di influenza configurati a Yalta. 
Una vittoria comunista in Italia, di un comunismo strettamente legato alla politica sovietica, benché non privo di flessibilità, non avrebbe soltanto travolto le nostre libertà, ma avrebbe anche stravolto i fragili equilibri internazionali. Ecco perché il 18 aprile non è un anniversario qualunque, né riguarda soltanto la memoria Italiana.
 
E’ l’inizio di una nuova storia nella quale con De Gasperi, con i cattolici Italiani, Con le forze laiche democratiche vinse l’Italia che credeva nella libertà e con la Democrazia Cristiana si snodò quell’itinerario che avrebbe portato le coalizioni democratiche a scandire le tappe dell’evoluzione del Paese, costruendo le condizioni per una democrazia matura, che ha saputo reggere alle Insidie più gravi e ha saputo interiorizzarne le regole al punto che ogni dialettica vera ha potuto trovare le strade di una civile cooperazione é vero anche che vi sono stati errori, inevitabili in un così lungo periodo e nell’esercizio di una vita democratica che per ragioni politiche è stata sempre molto difficile. 
Questo patrimonio di regole civili che abbiamo costruito nel dopoguerra non è stato frutto del caso o di una benevola concessione. Vi ha concorso una dura lotta di liberazione, una lotta dl popolo che ha segnato indelebilmente la coscienza nazionale e che ha contribuito a consolidare il tessuto dei valori di cittadinanza democratica e un permanente e radicato statuto di libertà. Fu una vittoria imprevista?Oggi possiamo dire che essa giunse inaspettata? Taluno sostiene perfino che il P.C.I non l’auspicasse. 
Questa che per tanti anni é stata giudicata a sinistra una affermazione propagandistica oggi viene accreditata come una verità universale se perfino l’Unità scrive del 18 aprile come dl “una data fondante e caratteristica nella vita di una comunità nazionale” della quale “se la sinistra si ostinasse a riconoscere l’importanza e la positività farebbe torto alla sua lunga marcia che l’ha portata alla guida del Paese”. 
C’è nella tardiva consapevolezza della sinistra post-comunista l’ammissione di una eterogenesi dei fini quasi di una “sconfitta a fin di bene” che salvò l’Italia e aprì quel fecondo itinerario lungo il quale le forze politiche avrebbero duellato anche aspramente guardandosi bene tuttavia dal travolgere il fragile edificio che da opposti versanti avevamo contribuito ad edificare. 
Ricordo che uno dei leit-motiv dei nostri colloqui con il popolo nelle piazze affollate delle città, nelle campagne, fra gli operai, era che la vittoria della libertà e di una democrazie pluralista non solo avrebbe aperto la strada allo sviluppo del Paese, ma avrebbe convinto a quei valori anche coloro che li combattevano duramente.
 
La storia, non si può negarlo, ci ha dato ragione, non soltanto in Italia, sede del più forte Partito comunista delle democrazie occidentali, ma nel più vasto e complesso quadro internazionale.
 
Eppure sul 18 aprile esistono ancora letture e interpretazioni faziose. La vittoria democristiana viene ancora collegata al brulicare delle “Madonne pellegrine”, al tuonare dei ”microfoni di Dio” al formicolare degli attivisti di Gedda, alla pervasiva attività delta Chiesa di Pio XII, al voto delle vecchiette che certamente non potevano immaginare che poi sarebbero state esaltate perfino da Benedetto Croce. 
Si tengono in sottordine la natura e la qualità dello scontro dell’epoca. Si preferisce, oggi ancora, pur se in maniera meno esplicita, insistere sulle prevaricazioni e sui ricatti dell’influenza americana invece che sulle ragioni “italiane” della sconfitta del Fronte popolare e sulla percezione inequivocabile da parte del popolo italiano della portata interna e internazionale del voto. 
E del resto una grande Nazione come gli Stati Uniti, chiamate in Europa per difenderla dalle atrocità naziste, non avrebbe dovuto aiutare non solo l’Italia ma anche l’Europa, come fece con il Piano Marshall a ricostruirsi e a difendersi da nuovi attentati alla libertà che provenivano dall’Est? 
Si ricordi che il Piano Marshall fu offerto a tutti i Paesi dell’Est, ma fu rifiutato. E quando fu noto Il rifiuto di Praga, ordinato da Mosca, divenne concreta e visibile quella separazione fra Est ed Ovest che Churchill aveva preconizzato nel suo discorso di Fulton e che passò alla storia come cortina di ferro. Togliatti, si dice, “si augurava la sconfitta, per lungimiranza o per superiore saggezza?” Non ce ne accorgemmo tale era la tensione della lotta che talvolta degenerò in scontri fino a far temere in zone circoscritte la guerra civile. Peraltro, chi vi parla non sfuggì il 10 aprile 1948, insieme con Antonio Segni e con la Sig.a Iervolino De Unterrichter ad un attentato da parte dl forze comuniste durante un comizio in un grosso paese della Basilicata, nel quale i comunisti avevano deciso che nessuna altra forza oltre la loro avrebbe potuto parlare? 
Forzature sono evidenti sia nella tesi della invadenza americana, sia nel racconto di una pretesa rassegnazione di Togliatti alla sconfitta. Tanto più che, nonostante la svolta di Salerno, permanevano nel Partito Comunista tendenze rivoluzionarie che non condividevano la moderazione togliattiana.
 
Basterebbe ricordare la truculenza di alcune, ormai celebri minacce rivolte a De Gasperi una volta chiuso il contenzioso elettorale, e le incertezze iniziali dell’Amministrazione americana verso il Governo e la Democrazia Cristiana. 
 
La versione buonista, elegiaca e profetica di un Togliatti addirittura persuaso, ante litteram, dell’utilità di perdere, fa parte dell’agiografia che ha accompagnato il 18 aprile. Dobbiamo sbarazzarci di questa melassa per rispetto a noi stessi, alla storia che abbiamo saputo costruire e al futuro che ancora potremo e dovremo contribuire a realizzare se saremo capaci di elaborare un pensiero comune ed una maggiore unità. 
Anche per queste ragioni sento una spontanea reazione dell’anima quando politologi faziosi e storici di bottega fanno coincidere questi cinquant’anni con la metafora di tangentopoli e con il logo delle stragi, proponendo una lettura criminale di questi anni. 
Del resto non è un puro esercizio della retorica questo reciproco legittimarsi delle due storie che hanno crudelmente segnato il Novecento. Non é un gioco futile questa triste e reciproca contabilità dei morti nelle foibe e nei campi nazisti e questo assolversi nelle nebbie di una ardua compensazione e di un reciproco perdono. Il perdono é vero se si riconoscono le colpe e se ne percepiscono le origini culturali, politiche ed etiche.
 
Non è un gratuito gioco di sentimenti quello che induce Violante e Fini a rinnovare a Trieste la memoria dei delitti in nome della riscrittura di una storia pacificata. E’ un preciso e razionale calcolo dell’intelligenza e della politica che viene orientato contro i cinquant’anni che ci separano dai 18 aprile. 
C’è il tentativo maldestro di cancellare 50 anni dì libertà e di feconda maturazione civile, al quale dobbiamo reagire, rammentando il valore del 18 aprile e ricollocandolo, contro tutte le strumentalizzazioni, nella sua giusta dimensione e nei successivi difficili sviluppi, pur riconoscendo gli errori compiuti. Fu una vittoria “politica”, quella del 18 aprile. Protagonista ne fu De Gasperi e, con lui, la Democrazia Cristiana. Da De Gasperi venne la piattaforma politica. Egli la sostenne e ne assunse responsabilità e rischi. 
Nel mondo cattolico erano presenti alcune tendenze a contrapporre al Fronte popolare un blocco d’ordine, esteso alle forze dl destra, ai cattolici e non cattolici che nelle elezioni per la Costituente si erano schierati a destra della Democrazia Cristiana, dal monarchici, ai qualunquisti, ai nostalgici del fascismo. De Gasperi scelse di contrapporre ai frontisti un partito dalle salde e indiscusse radici democratiche e liberali, ancorato alla tradizione di cattolici popolari. Solo un tale progetto avrebbe potuto coinvolgere e attirare i consensi di popolo, di ceti medi, dell’imprenditoria più attenta e più libera e avrebbe consentito un’alleanza con i partiti laici che il timore di un insorgente clericalismo avrebbe potuto spingere verso il Fronte popolare. 
 
Quella fu la prova del nove della democrazia Italiana. Fu la culla del riformismo democratico guidato da un‘idea liberale e solidale della politica. Ma di quella vittoria fu protagonista anche tutto li mondo cattolico, salvo alcune minoranze erratiche a destra e a sinistra. 
Fa piacere leggere le lucidissime pagine alle quali Luigi Gedda affida il ricordo della sua generosa militanza, la testimonianza dello scrupolo pastorale con il quale Pio XII visse quelle drammatiche vicende, curando che lo sguardo profetico della Chiesa guardasse al di là della natura degli schieramenti in campo e tuttavia pretendendo che venissero fatti salvi i valori d i civiltà e di libertà che sono nella vocazione e nelle speranze dell’uomo. Proprio perché intorno a questo grande Pontefice spesso si rinnovano infondate polemiche, vogliamo qui confermare la nostra riconoscenza. 
Vogliamo e dobbiamo anche riconoscere a Luigi Gedda la parte determinante che egli ebbe nella mobilitazione del mondo cattolico. Lungo tutto il dopoguerra, ferma restando l’ispirazione cristiana e il permanente richiamo alla dottrina sociale della Chiesa, la laicità responsabile è stata la stella polare sulla quale, per un libero patto associativo e per una forte condivisione dei fini, é stata costruita l’unità politica dei cattolici Italiani. 
Questa unità ha superato prove difficili dalla “tentazione “ romana delle elezioni del ‘52, ai tormenti del centro-sinistra sotto la guida di Aldo Moro, alla tragedia del terrorismo, alla difesa della democrazia e dello Stato, e alla permanente predisposizione ed impegno per l’allargamento della base democratica. 
Ha sempre prevalso la ragione di fondo della presenza organizzata dei Cattolici italiani d i una cultura mirata alla promozione del valore umano, aperta alle dimensioni della solidarietà fra i popoli, innanzitutto nel campo occidentale e in funzione dell’idea di Europa che sono state le intuizioni più ricche e più geniali, pur se allora duramente contrastate. 
L’Europa innanzitutto. Chi ha vissuto la passione per l’Europa non può non ricordare il difficile cammino che l’ha segnata dal 1951, attraverso tappe significative ed esaltanti: dalla costituzione della CECA al Trattato di Roma, fino ai giorni nostri nei quali salutiamo con soddisfazione approdo dell’Italia nel sistema di moneta unica, anche per il nostro impegno forte e coerente e per la tenace volontà del Governo Prodi e della maggioranza. 
Cammino lungo e accidentato, quello europeo, sempre insidiato dal timore degli Stati di perdere quote crescenti di sovranità nazionale e tuttavia percorso con coraggio e perseveranza. Chi potrebbe non ricordare vividamente l’ammonimento di De Gasperi, alla vigilia della sua morte, a non lasciare cadere il trattato del CED che scandiva l’ingresso nell’architettura europea dei primi chiari elementi di sovranazionalità? 
Ecco le due grandi, storiche preoccupazioni di De Gasperi: la politica delle coalizioni democratiche, sia per bloccare le tentazioni clerico-moderate, sia per sconfiggere la sinistra e la politica di integrazione europea per bloccare gli egoismi nazionali. Un sentiero stretto, un rettilineo itinerario verso la piena maturità democratica dell’Italia. 
Il 18 aprile del 1948 ha vinto quindi non un simbolo astratto, non a paura del baratro, non la reazione alla minaccia che veniva dalle frontiere orientali, dall’ambigua pressione iugoslava dall’irredentismo titoista alle sanguinose vicende ceche o ungheresi. 
Ha vinto un’idea dell’Italia, di un destino, di un futuro che è impossibile cancellare o riscrivere ad uso dei presunti “vincitori”. Hanno vinto un’idea tollerante e solidale della politica, un’idea liberale e temperata dell’economia, un’idea ricca e umana della libertà. Ha vinto la convinzione di perseguire le coalizioni democratiche anche quando qualche segmento del pensiero cattolico riteneva che l’investitura popolare dovesse essere spesa “integralmente” per la costruzione dello Stato cristiano, o quando riemergevano, perché non del tutto spente, gli echi di tendenze cattolico-moderate o di gentilonismo. Hanno vinto le intuizioni del Gonella degli “acta diurna” della raffinatissima riflessione giuridica. Ha vinto una straordinaria leva di uomini di governo e di operatori sociali che, considerati i grami orizzonti del dopoguerra, apparvero un autentico miracolo e qualificarono il profilo alto della classe dirigente del Paese. 
Se pensiamo a Scelba, oggi timidamente “recuperato” e rimpianto dopo decenni di invettive e di giudizi sommari, a Vanoni, a Dossetti, a La Pira, a Lazzati, a Segni, a Doant Cattin, a Moro, a Pastore, Zaccagnini, abbiamo una galleria di personaggi, ognuno dei quali oggi riempirebbe intere pagine di giornali e impegnerebbe meno futili trasmissioni televisive. Mi limito a citare alcuni di hanno lasciato, augurando lunga vita presenti. 
 
Mi è grato inviare un caloroso saluto a Fanfani e a Scalfaro.
 
Questo è il 18 aprile che ricordiamo e rivendichiamo. Senza retorica quindi ed evitando clamori fastidiosi delle saghe pubblicitarie multimediali alle quali assistiamo.
 
Avendo memoria e coscienza di quel che il 18 aprile rappresenta, mi sono chiesto se per caso i cattolici italiani, guardandosi attorno, non debbano avvertire il peso di una eredità che non può andare dispersa e il senso di una responsabilità che hanno ancora verso l’Italia. Una eredità che nessuno può amministrare per conto proprio o con arbitrarie interpretazioni. 
Non è esaurita certo la nostra storia. Essa è così piena di promesse e di impegni da esigere che i cattolici italiani trovino il perduto bandolo della matassa. L’Europa può tornare a unire i Cattolici, e con essa l’unità del Paese, l’idea della sussidiarietà, della libertà e della solidarietà che sono il cuore dell’ispirazione cristiana, così come la consegnano a noi Sturzo e De Gasperi. 
Allora, il 18 aprile 1948, potemmo dare un determinante contributo alla nostra Patria perché fummo uniti. Se uniti saremo forti, se forti saremo liberi, ammoniva De Gasperi e Moro esortava “meglio perdere insieme che vincere da soli.” C’è l’impresa della nuova Costituzione, cioè il progetto di far rivivere la tessitura del valori contenuta nella prima parte della Carta, dentro una nuova organizzazione istituzionale, economica e sociale adeguata al tempo che viviamo. Un costituzionalista come Urbani ci invitò ad una “pulizia concettuale “. Un invito questo quanto mai oggi attuale. 
E’ necessario che il lavoro che sì va compiendo nella Bicamerale sia purgato dagli elementi contraddittori soprattutto non rifletta una concezione della democrazia che esalti un potere verticistico ed elitario, comprimendo le funzioni essenziali del Parlamento. 
La democrazia non é solo un complesso di procedure tecniche e di regole elettorali: è Svolgimento della libertà è partecipazione e controllo sociale sulle scelte della maggioranza.
 
Ciò implica la Convinzione che le tecniche elettorali non possano sostituire la politica. Non c’è scorciatoia che possa guarire la crisi della politica: né elettorale, né istituzionale, nè, meno che mai, giudiziaria. Non esistono formule esorcistiche, né dogmi.  
 
 
 
Non basta premettere la fede assoluta nel bipolarismo, prima di ogni ragionamento politico. li bipolarismo è un processo faticoso, lungo, un itinerario, non una formula assolutoria dell’anima. Esso costituirà una risposta compiuta solo quando saprà rispondere ad una domanda di senso, cioè quando consentirà a ognuno di votare secondo un’idea e una speranza liberamente collegata al valori di fondo dl una società pluralista. 
Dobbiamo impegnarci a far rivivere la nostra cultura nelle forme nuove della politica, lottare contro l’inaridimento del sistema politico, Contro il prevalere delle tecniche elettoralistiche sul confronto ideale, contro la riduzione delle istituzioni a quinte di un gioco senza anima, votato esclusivamente allo spettacolo e all’evasione. 
Noi siamo qui oggi. Altri che vengono dalla nostra stessa esperienza storica e politica stanno compiendo un rito analogo della memoria. Questa é la profonda amarezza che accompagna Il ricordo di un nostro grande servizio reso insieme all’Italia. 
Questa é probabilmente la prova vivente di una debolezza. Certo non di una forza, poiché è il segnale di divisioni che ci rendono poco influenti o subalterni. Non so quanta consapevolezza vi sia del fatto e non sono le alleanze a definire l’identità delle differenze del cattolicesimo democratico, poiché soltanto il coraggio e l’onestà di recuperare insieme cultura e progetto potrebbe costituire un contributo di incalcolabile valore per rafforzare il fragile sistema politico del nostro Paese. A partire naturalmente dal senso che storicamente, idealmente, politicamente, ha voluto assumere il 18 aprile 1948 nella storia Italiana. 
Questo mi sembrerebbe un buon modo di tornare al 18 aprile, alle sue mille eco, palpabili e impalpabili, al suo significato vero, rinnovando la scommessa della cultura dei Cattolici dl fronte all’Italia e all’Europa. 
Io credo che sia possibile la rinascita di un progetto alto e civile. A patto, naturalmente, che noi, eredi e testimoni non da soli, di questa storia, continuiamo ad esserci e a lottare.

Pagina aggiornata al 01/02/2008 | Tutti i diritti riservati | Visitatore n. Hit Counter