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"Al momento della battaglia
è doveroso mantenersi uniti e disciplina ti e guardare, più che
soddisfazione personale, alle ragioni dell’esistenza del partito, al suo
programma e al suo
avvenire"
Luigi Sturzo
"Solo se siamo uniti, siamo forti; se siamo forti siamo liberi forti
siamo liberi di agire, possiamo sviluppare il nostro piano di rinnovamento,
con voglia re le forze costruttive della Nazione, scegliere i nostri
compagni di viaggio per libera volontà, per affinità di tendenza, per
comunanza di programma d’azione, per una comune associazione di interessi,
per una visione comune di riforme. Se siamo divisi o indeboliti dalle nostre
discordie, diventiamo schiavi della situazione
parlamentare".
Alcide De Gasperi
Cari Amici,
sento di tradire una certa emozione rivolgendovi la parola in un Consiglio
Nazionale come questo. So di poter contare sulla vostra amicizia ed, in ogni
caso, sulla comprensione di quanti non condividessero le mie convinzioni. Ma
ciò non facilita il mio compito. Ho detto prima "emozione":
meglio potrei definire il mio stato d’animo "ansia",
"preoccupazione".
In un’atmosfera che sento carica di
tensione, le tesi o gli argomenti a confronto possano perdere il riferimento
a ciò che è essenziale e disperdersi attraverso vie impervie e tortuose,
disseminate di pregiudizi, cosparse di veleni, che potrebbero condurci a
deviare il dialogo e a trasformare fatalmente il contrasto in
contrapposizione. Tutto ciò nasce dall’oggetto del tutto particolare di
questo incontro. Dobbiamo discutere del problema delle alleanze sì, e ciò
non è nuovo, ma sulla base di una proposta che supera i confini
precedentemente stabiliti dal Consiglio Nazionale e dalla Direzione del
Partito ed anche le posizioni tradizionali sempre e coerentemente seguite
durante l’esperienza democratico-cristiana. Inoltre, ci portiamo dentro un
turbamento inquietante nato dalla circostanza che deliberazioni adottate
qualche giorno addietro dalla Direzione del Partito Popolare unanimemente,
condivise da Buttiglione, sono state modificate sostanzialmente nella loro
natura e nelle loro conseguenze, da intese che il Segretario Politico ha
contratto e formalmente deciso con altre forze politiche, senza il mandato
degli Organi Collegiali del Partito e senza il loro consenso, almeno prima
che si arrivasse ad una definizione ed una enunciazione.Mi accade perciò,
per la prima volta nella mia lunga esperienza, salvo ciò che avvenne alla
Domus Mariae, in ben altre circostanze e con ben altre motivazioni nei
confronti di Fanfani, al quale desidero inviare un affettuoso ricordo, di
dover esprimere una posizione critica nei confronti del Segretario Politico
prof. Buttiglione.
Per attenuare la tensione, per consentire un dialogo non viziato né da
ipocrisie, né da spirito di fazione, né da sottintesi, tanto meno da
pregiudizi personali che non esistono, rivolgo anzitutto a me stesso e mi
permetto rivolgere a tutti voi l’invito ad assumere l’impegno che, all’esito
finale, l’unità del Partito sia salvaguardata dal proposito che i
vincitori gestiranno la loro vittoria insieme con gli sconfitti e gli
sconfitti collaboreranno con i vincitori o, quanto meno, manterranno con
essi un rapporto di leale e costruttiva opposizione. Del resto, è questa la
sola regola che può salvare l’unità di un partito democratico anche
quando il dissenso è profondo. Ma, prima di entrare nel vivo degli
argomenti, vorrei dissipare gli equivoci, le ambiguità largamente diffuse
fra noi, a causa delle tradizionali distinzioni interne o come eco di
interpretazioni e deformazioni che provengono dall’esterno, frutto amaro
del decadimento della politica.Dicono alcuni che il contrasto che ci divide
costituirebbe un momento particolarmente acuto dello scontro fra la sinistra
del Partito e la maggioranza espressa dal Congresso, o di un atteggiamento
ostile verso il Segretario Buttiglione; un tentativo di rivalsa, dunque, che
si ammanterebbe di motivazioni politiche. Se ciò fosse, o qualcuno volesse
che sia, non sarei qui a parlare. Non mi interesserebbe un contrasto fondato
su tali motivazioni, lo riterrei assolutamente inammissibile nella difficile
fase politica che viviamo, io stesso non ne vedrei le ragioni
Nella confusione imperante di ruoli, di posizioni, di problemi personali, di
correnti nell’ambito dei Partiti e soprattutto di abbandono delle
motivazioni essenziali della politica, qualche amico, bontà sua,
interpretando alcune mie recenti dichiarazioni, mi ha disinvoltamente
chiesto: "Ma allora, sei passato alla sinistra?".
"Signornò", ho risposto un po’ stupito, un po’ stizzito,
"non ho l’età e soprattutto non ho la costituzione mentale, la
cultura, l’esperienza".Con tale risposta non intesi affatto esprimere
un giudizio, soprattutto un giudizio pregiudizialmente negativo su coloro
che nella mia lunga storia politica ho visto militare su posizioni di
sinistra nell’ambito del Partito.In un Partito dalle grandi tradizioni
come il nostro e così ricco di consensi come fu la Democrazia Cristiana, la
sinistra, quando ha militato coerentemente all’interno del Partito, si è
assunta nella dialettica interna il ruolo efficace del "fermento",
la scomoda funzione della elaborazione politica, volta ad intuire il futuro:
peccato che ora lo faccia poco, e talvolta con accenti troppo polemici.
Nonostante questa sua funzione nobile ma non sempre bene accetta, ho sempre
avuto e mantengo la convinzione che la sinistra, da sola, non avrebbe potuto
ieri e non potrebbe oggi governare un Partito come il nostro che si propone
di interpretare una società sempre più complessa e guidarla, senza
strappi, verso il nuovo, mai lasciandosi irretire da posizioni
conservatrici.Il "centro", cui ho sempre appartenuto ed
appartengo, possibilmente alleato con la sinistra interna, può svolgere il
ruolo di un Partito nè classista, né conservatore, che si propone di far
procedere una società come la nostra componendo le sue diversità, le sue
complessità, in una visione di progresso fondata su valori comuni e opposta
alle fratture velleitarie di coloro che formulano progetti per il futuro
senza chiedersi con quali quanti consensi possano realizzarli. E’ da
questa posizione che io esprimo qui le critiche alle proposte del Segretario
che, del resto, so essere anch’egli un uomo di centro.Altro equivoco, o
meglio semplificazione da chiarire, origina da coloro che affermano:
"Chi non vuole entrare, a vele spiegate o non, nel Polo delle Libertà,
secondo il recente accordo del Segretario Politico, vuole, al contrario, l’accordo
con i comunisti, detti anche postcomunisti, oppure P.D.S., a seconda che
si voglia esprimere un atteggiamento di rigetto o di intransigenza polemica,
oppure di dialogo con riserva.Ancora una volta devo dire: "NO!",
il problema non può essere impostato così. Non intendo inserirmi nel
contrasto tra la Rosi Bindi che veste i panni di Giovanna d’Arco, che non
erano poi rossi, per convertire il Veneto e l’Italia all’alleanza di
sinistra, e Formigoni che "bamboleggia" sugli ampi spazi
televisivi che gli sono concessi, per portarci sconsideratamente e senza
motivazioni adeguate nello schieramento di centro - destra.Il problema non
è questo! A voi che mostrate inquietudine ed impazienza, senza
drammatizzare, anzi, piuttosto, con ironia, voglio dire: quando in una
circostanza difficile come la presente, chi ha dietro le spalle gli anni e
la lunga militanza che ho io chiede di parlare, ha il dovere di riflettere,
per quanto mi riguarda non di auspicare, che il suo potrebbe anche essere l’ultimo
discorso della sua vita e perciò ha l’obbligo della testimonianza, della
lealtà, della sincerità, della coerenza, anche se può recar dispiacere a
qualcuno. Ma può e deve chiedere la cortesia dell’ascolto.Venendo ora
alla sostanza dei problemi, non posso non ricordare di aver registrato con
soddisfazione, benché assente, che il Consiglio Nazionale del 9-10 febbraio
1995, raggiunse una intesa unanime sul travagliato problema delle alleanze.
Questo stesso tema formò oggetto di una unanime conclusione della Direzione
del Partito tenutasi il 2 marzo 1995 sotto la direzione del Segretario
Politico Buttiglione.
Il quadro delle alleanze possibili per le elezioni regionali ed
amministrative confinava a destra con Forza Italia e le altre forze del
Polo, a sinistra con il P.D.S.; si escludevano Alleanza Nazionale -
Movimento Sociale a destra e Rifondazione Comunista a sinistra. Quel
documento invitava la periferia a dar preferenza alle alleanze a carattere
moderato, perciò con Forza Italia, che avrebbero potuto prefigurare, pur
non assumendosi allora decisione alcuna, una linea per il futuro.
Si avvertivano gli organi periferici che per le alleanze con il P.D.S.
sarebbe stato necessario il consenso della Direzione del Partito su proposta
del Segretario Politico; in ogni caso, anche quando autorizzate, tali
alleanze non potevano considerarsi di centro. Motivazione di una tale
flessibilità era la constatazione che alla periferia coesistevano non solo
tendenze diverse, ma soprattutto esperienze vissute, non riconducibili
facilmente, almeno nell’immediato, ad un’unica scelta. Giudicai queste
conclusioni del Segretario Politico e della Direzione non solo ispirate a
realismo, ma dettate, così mi sembrava, dalla volontà di difendere l’autonomia
del Partito rispetto agli schieramenti contrapposti di riaffermare la sua
posizione di centro e il proposito di farne il perno di uno schieramento di
centro con forze assimilabili alla natura propria del Partito Popolare. Era
questa la scelta che aveva compiuto il Congresso del 27-28-29 luglio 1994.
Rivendico la validità di questa posizione comune a tutti i popolari, quindi
anche a Buttiglione; respingo pertanto la mistificazione di attribuire una
scelta "a sinistra" a me e a quanti criticano gli accordi fatti da
Buttiglione con il fronte di centro - destra rinnegando intese unanimemente
accettate, ispirate ad un equilibrio e ad un comune disegno per il
futuro.Perciò non posso nascondere al Segretario Politico Buttiglione la
sorpresa e lo shock, non ancora digeriti, che mi colpirono qualche sera dopo
nell’apprendere dalla televisione che, attraverso un accordo
politico-elettorale intervenuto tra lui e tutti i Partiti dello schieramento
di centro - destra, il Partito Popolare veniva a collocarsi in questo
schieramento, decideva di fare liste comuni senza il proprio simbolo nelle
elezioni con metodo proporzionale e per le elezioni con metodo maggioritario
accettava un apparentamento con le liste di Alleanza Nazionale - Movimento
Sociale.Questa intesa ledeva l’autonomia del P.P.I., sovvertiva il suo
progetto per il futuro, sottraeva agli organi collegiali del Partito il
diritto-dovere di deciderne democraticamente le scelte decisive per il suo
futuro.Tale accordo veniva presentato dagli stessi negoziatori non come un
semplice accordo elettorale, ma come un passo importante per la costituzione
del "centro" e si ipotizzava che esso prefigurasse già la via da
seguire per le elezioni politiche. Da quell'annuncio inatteso mi sentii
trasportato di peso, dalla posizione "autonoma" di
"centro" del Partito Popolare ribadita nella Direzione, nel cuore
del centro - destra, al posto della Lega che ne era uscita sbattendo la
porta.
Mi apparve solo una foglia di fico definire "apparentamento" il
rapporto politico con Alleanza Nazionale. Non comprendevo e non comprendo
tuttora come si potesse esaltare un tale accordo come la grande occasione di
costituire il Centro, "evitando estremizzazioni a destra e a
sinistra", essendo andati noi nel cuore del centro - destra che restava
intatto nella sua composizione e nelle sue politiche, anche se il rapporto
elettorale con Alleanza Nazionale veniva definito solo di
"apparentamento". Quanto difforme mi apparve questa improvvisa
scelta dalle conclusioni del Congresso Nazionale nel quale il Partito
Popolare aveva deciso di essere il Centro, non statico, non immobile, ma
promotore di un nuovo schieramento con partiti più omogenei fra loro, tale
da correggere il confuso assetto bipolare nato dalle elezioni del 27 marzo
1994, mentre alla flessibilità adottata nelle alleanze per le elezioni
regionali ed amministrative si attribuiva il significato di una scelta nell’immediato,
quasi un parcheggio, che non compromettesse l’obiettivo futuro.Ma le
sorprese non finiscono ancora. Stamane il Segretario Politico, nella sua
relazione, a sostegno dell’accordo da lui concluso, ci ha esposto una
motivazione di carattere sociologico. Se ho ben capito, c'è stato spiegato
che oggi, secondo alcuni studiosi, la linea di demarcazione fra destra e
sinistra non passerebbe più attraverso le ideologie, le culture o le
differenze sociali, ma attraverso una discriminante che pone a sinistra i
ceti che pagano le tasse e vogliono lo stato sociale e a destra coloro che
non le pagano. Ho così appreso, ancora una volta con sorpresa, che l’accordo
stipulato da Buttiglione con il centro - destra avrebbe trasferito me dal
novero di coloro che pagano le tasse, ed io le pago, e voglio lo stato
sociale e non l’assistenzialismo, al novero di coloro che non le pagano.In
verità, la compagnia in cui sarei stato inserito non mi sarebbe proprio
congeniale soprattutto se caratterizzata soltanto da ragioni fiscali.
Comprendo, caro Buttiglione, che questa tua interpretazione, per me nuova ed
originale, sulla quale non ho avuto il tempo di documentarmi, delle
differenze che sarebbero alla base delle posizioni di destra e di sinistra
tende a stemperare con argomentazioni sociologiche o quanto meno
"fiscali" le differenti valutazioni politiche sull’accordo che
ci sottoponi, ma non ho reticenza alcuna a dirti che la dottrina espostaci
non può esaurire le motivazioni tanto complesse che sono alla base delle
differenze politiche e sociali che ancora oggi dividono le società
moderne.Io critico dunque l’ingresso del Partito Popolare nel blocco di
centro - destra, quale uno dei tanti gruppi che lo compongono, senza
apportarvi caratterizzazione alcuna, accettando l’esistente e perfino
posizioni politiche contingenti, da noi, mi sembra, non
condivisibili.Comprenderete meglio e scuserete le mie critiche se riuscirò
a collocarle, come spero, in un orizzonte più ampio: il problema, cioè,
della presenza dei cattolici nella politica italiana, che oggi viviamo
confusamente, divisi, anzi, su posizioni contrapposte, suggestionati dalle
tentazioni subdole della diaspora, perchè non lo abbiamo adeguatamente
valutato dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo la grande sconfitta del
27 marzo 1994.
Dopo l’evento del Muro di Berlino, pur di fronte allo stupore per il
crollo inatteso della più grande ideologia del secolo, continuammo come
prima, preoccupati che l’attenuazione o la scomparsa di antiche
solidarietà rendesse impossibile fronteggiare mutamenti improvvisi di
politica interna ed internazionale. Non acquisimmo pienamente consapevolezza
che l’assetto politico tradizionale andava mutando; che, caduto il nemico,
il più forte Partito comunista dell’Occidente, si attenuavano i vincoli
tradizionali; che la consuetudine con i vecchi alleati nella lotta contro il
nemico comune aveva a poco a poco appannato la nostra identità; che la
lotta lunga ed estenuante, senza alternativa, ci aveva coinvolti nelle
degenerazioni del potere e dell’utilizzo improprio o illecito del
danaro.La debolezza derivante da questa condizione e da una critica
demolitrice e demoralizzante non fece comprendere ai cattolici, impegnati o
non nella politica, che dalla posizione di antemurale contro il nemico
sconfitto, cioè il comunismo, bisognava scuotersi e trovare le vie per
esprimere una coraggiosa posizione costruttiva, che i vincoli delle pur
necessarie coalizioni politiche avevano limitato; e che la graduale perdita
di approfondimento della cultura cattolica non percepiva e non faceva
percepire quanto profondamente i sedimenti di cui indipendentemente dalla
politica, il marxismo-leninismo, il gramscismo, il conformismo di tanta
cultura ufficiale, il laicismo, avevano pervaso la cultura italiana ed anche
quella cattolica, tanto nel linguaggio quanto in alcuni atteggiamenti
sociali e politici.
Da vincitori fummo trasformati in sconfitti, a causa dei nostri errori, ma
anche di quelli altrui. Infatti, mentre infuriava la polemica soprattutto
contro la Democrazia Cristiana e le sue deviazioni nel passato recente, si
tentava di cancellare e con successo dalla memoria degli italiani il suo
servizio pluridecennale alla Patria. Decidemmo allora che la nostra prima e
maggiore responsabilità consistesse nel mantenere viva la ragione della
presenza dei cattolici nella politica, purificata dalla sconfitta, ma
ravvivata da un rinnovato rapporto fra cultura e politica, fra fede e
storia, fra etica e politica, reagendo contro i molti che operavano per
spegnerci, per dissolverci nella diaspora, per travolgerci tutti nel fango,
anche i non imputati, o gli indagati ma non imputati, o gli imputati ma non
giudicati.
Tutti, mal giudicati anche per il solo fatto di aver gestito a lungo il
potere. In questa atmosfera, nacque il Partito Popolare. Era importante
conservare in un passo difficile della nostra storia l’alta tradizione di
Sturzo e di De Gasperi che aveva consentito ai cattolici di dare il loro
apporto decisivo alla storia italiana.Prima di esporre le mie riflessioni
sulle alterazioni della nostra immagine che possono derivare dalla
contiguità con altri Partiti e forze politiche antiche e nuove, dall’accordo
di Buttiglione, desidero premettere una osservazione di carattere generale.
Il Partito Popolare di Sturzo prima e poi anche la Democrazia Cristiana,
ciascuno in circostanze diverse, rifiutarono sempre di entrare in un blocco
di destra. L’ingresso del Partito Popolare nella storia italiana segnò un
rinnovamento. Sturzo portò all’esangue liberal-democrazia pre-fascista la
presenza dei cattolici italiani, che il "non expedit" aveva
estraniato dalla costruzione dello Stato; De Gasperi seppe raccogliere a
difesa della libertà degli italiani larghissimo consenso di cattolici e di
tanti laici, ma evitò sempre la tentazione di combattere il comunismo con
un blocco di destra, per non offuscare il carattere antifascista e
democratico della D.C. ed insieme la sua natura di Partito riformista; il
Partito della costituzione democratica, della intransigente difesa della
libertà e di tutte le libertà, del passaggio dal centralismo ad un
ordinamento regionale, di sviluppo dell’economia e della occupazione, di
eliminazione delle differenze tra il Nord e il Sud.Non si poteva combattere
il comunismo con un blocco soltanto anti-comunista, ma con la proposta di
un incontaminato sviluppo democratico e di una trasformazione
economico-sociale da contrapporre ai modello comunista.
Invocare De Gasperi a modello e giustificazione dell’ingresso nel fronte
di centro - destra dei popolari ci pone nella contraddizione che, proprio
nell’anno in cui la Chiesa introduce il processo canonico per la sua
beatificazione, i laici cattolici impegnati nella politica vorrebbero
travisare le posizioni ed il significato autentico della sua presenza nella
storia d’Italia e della sua concezione della partecipazione dei cattolici
italiani nella politica.Ecco: ciò che mi preoccupa per l’accordo da te
concluso, caro Buttiglione, è che il nostro ingresso nel Polo avviene dopo
una estenuante incertezza sulle alleanze e con una nostra identità non
definita sui temi della politica costituzionale, della democrazia
parlamentare, della politica interna, della politica internazionale, della
politica economica, della politica sociale, su alcuni scottanti temi della
libertà specialmente nel campo dei mezzi di informazione, su posizioni non
ferme sui temi del risanamento finanziario.Per il nostro ingresso non
abbiamo tentato, almeno con una negoziazione politica, di caratterizzare il
rapporto con i nostri alleati, ma, così mi sembra, ne abbiamo accettato o
subito le posizioni politiche. Ma i nostri elettori, quelli più
tradizionali, quelli degli ambienti cattolici, nonostante questa deriva a
destra del nostro Paese non accettano che noi ci identifichiamo
acriticamente in essa; non può essere questa, anche nelle presenti
circostanze, la motivazione, la caratterizzazione di un Partito di
cattolici. Tanto più che, attenuata o smarrita la identità propria di un
partito di cattolici in uno schieramento così variegato e dominato da
componenti di destra e perfino da espressioni politiche legate alla matrice
fascista, la componente popolare del nostro elettorato non ci seguirebbe, i
sindacati della grande tradizione storica di Grandi, Rapelli, Pastore, Donat
Cattin, Storchi, Storti, Bianchi, oggi di D’Antoni e di altri, e prima
ancora Don Davide Albertario e Don Primo Mazzolari, non potrebbero, pur
nella loro autonomia, solidarizzare politicamente con un Partito di
cattolici partecipe di uno schieramento di destra ed in esso senza una
identità propria e visibile.Nella tua introduzione, caro Buttiglione, al
libro di Del Noce "I cattolici ed il progressismo", hai scritto, e
mi ha fatto profonda impressione, che "i cattolici non possono
accontentarsi di una metafisica che non offra categorie interpretative della
storia contemporanea". Mi chiedo: Quale interpretazione metafisica ha
folgorato quei cattolici o quelle famiglie cattoliche ed esponenti del clero
che ancora a partire dalle elezioni amministrative di Roma si schierarono
per Fini e per il Movimento Sociale?
Eppure, fra molti di essi vi erano coloro che un tempo, fedeli alla
tradizione sturziana e degasperiana, non accettarono nel 1952 la richiesta
di far parte di un blocco di destra nella lotta per il Campidoglio e, al
contrario, in una lista autonoma di democratici cristiani e di cattolici
riconquistarono il Campidoglio. Puoi rispondere che allora essi non
credettero al rinnovamento del Partito. Ma si poteva dire ancora così al
tempo delle elezioni politiche? E quale metafisica offre oggi a tanti
cattolici, talvolta autorevoli e sperimentati, una interpretazione della
storia contemporanea che li invita al berlusconismo? Ma in questa parte
dello schieramento di destra la confusione istituzionale, le insufficienze
di concreta capacità di Governo, la sovrapposizione di interessi privati su
quelli pubblici ci fanno porre il quesito: perché andare a puntellare il
ventre molle del Polo e non preservare una capacità di opposizione, di
riaffermazione della nostra identità?
Nello stesso testo, tu esorti: "I cattolici non devono porsi come
portatori semplicemente di un interesse particolare confessionale".
Condivido pienamente. Questa convinzione segno, anzitutto in Europa, ma
anche in America, durante il Pontificato di Leone XIII e quello di Benedetto
XV il passaggio dei partiti cattolici da partiti confessionali, oppure
semplicemente conservatori, a partiti aperti alla società, alla sua
promozione, in piena autonomia, sotto la loro responsabilità, che traevano
ispirazione dalla concezione cristiana e dalla dottrina sociale della Chiesa
che proprio da Leone XIII cominciava a segnare la via per ricongiungere la
Chiesa al mondo moderno e i cattolici alle società in trasformazione.
Da tutti i Papi, da Benedetto XV, a Pio XI, a Pio XII, fino a Giovanni XXIII,
Paolo VI ed ora a Giovanni Paolo II, che ci fa partecipi incessantemente
delle sue angosce e della sua speranza, l’invito ripetuto a tutti i laici.
Confronto la tua esortazione, che io condivido, con la posizione che
assumeremmo nell’alleanza che ci proponi. Di fronte allo smarrimento per
la sconfitta del 27 marzo 1994 e del resto già prima, di fronte alla
novità della legge maggioritaria, in alcuni ambienti cattolici si cominciò
a pensare e a suggerire, che gli interessi cattolici avrebbero potuto
trovare la loro tutela attraverso la permanenza di un partito di cattolici
pur di proporzioni limitate e la sua partecipazione ad un blocco di centro -
destra alimentato anche da voti di cattolici.Nel fondo, quasi
inconsapevolmente, si prefigurava uno scambio. Non é difficile per chi
conosca la travagliata storia della presenza dei cattolici nella politica
italiana ritrovarsi di fronte a cose già viste, un moderno Patto Gentiloni.
I settori del mondo cattolico che in questo periodo, di fronte alle
difficoltà delle scelte ci invitano al berlusconismo, dimostrano di aver
dimenticato le lotte che, dalla metà del secolo scorso e a tutto questo
secolo, i cattolici hanno affrontato, non per garantire questo o quel pur
nobilissimo interesse, ma per contribuire al "bene comune" di
tutta una Patria italiana derivandone forza ed ispirazione dalla loro
visione cristiana e dalla dottrina sociale della Chiesa. L’alleanza da te
contratta e l’inserimento del Partito Popolare nel blocco di destra,
soprattutto se rinnovata nelle prossime elezioni politiche, diversa nella
forma, ma identica nella sostanza, non sarebbe che una rinnovata
proposizione del Patto Gentiloni.Può sembrare assurdo rievocare questi
trascorsi storici, ma la mia impressione, anzi il mio timore è che siamo
incamminati lungo questa strada. Non possiamo perciò distruggere, quasi con
un tratto di penna, tanta parte della cultura cattolica e della sua
esperienza nella storia italiana.
Prosegue il mio ragionamento sulla trafila delle riflessioni di Buttiglione
sul post-comunismo esposte nel testo che ho prima citato. Buttiglione dice:
- "Distinguere fra economia di mercato e società opulenta"
- ‘‘La società dei consumi la si mette in crisi, rompendo l’alleanze
fra economia di mercato e relativismo etico";infine, egli dice che:
- ‘‘il concetto di nazione esige che si affermi il momento etico
politico su quello semplicemente economico-politico e che la modernizza del
Paese richiede una nuova sintesi spirituale".E come la mettiamo,
allora, con questo schieramento di centrodestra su tutto quanto in esso
ribolle per quanto attiene a problemi inerenti la libertà, come quello
della proprietà e dell’uso dei mezzi televisivi? E’ in atto uno scontro
su problemi costituzionali. Si pone permanentemente in causa l’autorità
del Capo dello Stato, quale garante della Costituzione, in nome di
interpretazioni unilaterali delle sue norme. Si alimenta lo scontro
istituzionale, particolarmente verso le decisioni della Corte
Costituzionale, si definisce dittatura la permanenza di una maggioranza in
Parlamento che non si identifichi con la propria. Vi è una tendenza
strisciante a trasformare la democrazia parlamentare che caratterizza la
nostra Costituzione in una democrazia plebiscitaria che annulla il
fondamento razionale al consenso e il valore della partecipazione.Il
risanamento finanziario del Paese non tocca la società opulenta, ma la
riforma delle pensioni. Intendiamoci, questa è indispensabile nell’immediato
e per il futuro, ma non può essa sola costituire subito la fonte del
risanamento affidando tutto il resto ai condoni o ai concordati fiscali.In
questi giorni Io schieramento di cui dovessimo diventare partecipi nega il
proprio consenso ad un provvedimento finanziario essenziale, se pur non
risolutivo, per la riduzione del deficit, per difendere il valore della
nostra moneta e tutelare il risparmio degli italiani. In cambio di un voto
favorevole al provvedimento finanziario si chiedono elezioni immediate. Uno
scambio su materie non intercambiabili, perché di natura diversa e con
conseguenze diverse. Raggela l’evidente assenza di una cultura
istituzionale e di Governi e l’emergere una diffusa cultura mercantile.
Dov’è, caro Buttiglione, ciò che tu chiedi per una società moderna:
"che si affermi un momento etico-politico su quello semplicemente
economico-politico"? E in che modo, da questo guazzabuglio, si può
intravedere quella "nuova sintesi spirituale" che la
modernizzazione del Paese richiederebbe?Ecco perché, mi chiedo se il nostro
inserimento nello schieramento di centro - destra non abbia, e credo non
abbia, altra funzione che un apporto di voti senza alcun valore politico,
anzi senza nemmeno il tentativo di influire politicamente. Permetti che mi
chieda e ti chieda, se l’alleanza di oggi dovesse prefigurare l’alleanza
delle future elezioni politiche, perché impegnare per oggi e per domani
consensi chiesti in nome della tradizione dei cattolici democratici?Altro
tema che investe l’accordo di centro - destra è la natura dei Partiti che
vi fanno parte e i riflessi che un’Alleanza di liste comuni con essi
avrebbe sul carattere e sul ruolo del Partito Popolare. Mi riferisco
anzitutto alla questione di Alleanza Nazionale - Movimento Sociale.La
decisione della Direzione del Partito Popolare Italiano, più volte
richiamata, escludeva dalle possibili intese questo Partito, ma anche, dalla
parte opposta, Rifondazione Comunista. Non possono non ricordare, senza
mancare di obiettività, i dubbi ricorrenti diffusi anche per quanto
riguarda nostre intese con il P.D.S., tant’è che le decisioni unanimi
della Direzione del Partito Popolare imponevano per esse particolari
procedure. Questo insieme di problemi richiede di affrontare un altro
aspetto della difficile condizione italiana. Siamo schiavi della logica dell’alternanza,
del suo carattere pressoché deterministico, da strumento giuridico -
istituzionale, di regola per la manifestazione della volontà popolare
sembra diventata quasi una ideologia. Due schieramenti, soltanto due,
"quei due"; ognuno di essi sembra dirci: non avrai altro
schieramento fuori che il mio.
Una società, ancora spaccata dai resti delle vere ideologie, non unita da
omogeneità di fondo, per esprimersi elettoralmente non può che mostrare
più omogeneità di quanta ne abbia alleandosi, anzi assommando gruppi
eterogenei ed improvvisati, al fine di passare attraverso le forche caudine
della legge maggioritaria.
Per nostra malasorte, ciascuno dei due schieramenti, come di recente è
stato rilevato, ha come forza portante ed estremizzante l’una o l’altra
delle due culture e delle due esperienze politiche di questo secolo che sono
state sconfitte. Ma le piaghe da esse prodotte bruciano ancora, in Italia e
in Europa, e le ferite non si sono ancora rimarginate. Questa condizione
italiana, questa incertezza di fondo sugli orientamenti politici e sulle
alleanze negli schieramenti insospettisce l’Europa, fa apparire
inaffidabile l’Italia, crea diffidenze nell’ambito della Unione Europea
e, certo, non soltanto per la condizione finanziaria che ci allontana
Maastricht.
La ricerca di omogeneità nell’ambito degli schieramenti ci fa vivere un
tempo nel quale si susseguono le "denegazioni di paternità" da
parte dei Partiti ideologicamente più compromessi. Si rinnegano le
ascendenze culturali e politiche, ma non la propria storia, quella vissuta
in patria o nelle esperienze internazionali.Ciò nonostante, permangono
diffidenze, sospetti, rigetti, fondati sulla persistenza della "memoria
storica" e di questo va tenuto conto sul piano politico quando si
contraggono e si giudicano le alleanze. "Caro 900", addio!, ha
scritto o detto di recente Buttiglione, parlando del Congresso del Movimento
Sociale.
L’addio sembra darlo alle maggiori
correnti di pensiero del nostro secolo, ma al termine del suo discorso, egli
dice: "Nello scontro che domina il nostro secolo, l’imperativo
comune, l’inglobante all’interno del quale la lotta si svolge è il
concetto di guerra totale e di nemico assoluto, vince colui che è più
duro, più spietato, più capace di sacrificare alla volontà di vincere
qualunque considerazione morale o di comune umanità. Ciò che domina è l’idea
di una guerra totale che è il corrispettivo dell’ateismo: se non esistono
valori che trascendono la storia, allora è lecito usare qualunque mezzo per
raggiungere il proprio fine e il vincitore ha sempre ragione". Ciò di
cui tu parli, Buttiglione, in questo discorso, non è filosofia soltanto, ma
è storia, la storia concreta dell’inveramento di queste dottrine in
Italia, in altri Stati, soprattutto in Europa.
Quanto più realistica è la tua analisi, tanto più riemergono le tracce di
questa storia vissuta nella coscienza del nostro e degli altri popoli.
Nonostante la nostra ostentata indifferenza verso il significato delle
nostre alleanze, tanto a destra quanto a sinistra, il giudizio degli
elettori tiene conto non soltanto delle sconfessioni congressuali di questo
o quel Partito, ma quasi istintivamente si lascia guidare dalla
"memoria storica", che muove dal di dentro la coscienza popolare e
la fa prudente, ispira il timore che le conversioni palesi possano essere
soltanto trasformismi opportunistici.
Questo giustifica lo stupore e i dubbi
determinati dalla disattenzione del Segretario Politico verso la
deliberazione della Direzione, che escludeva dalle nostre possibili alleanze
il Movimento Sociale, disattenzione che non può non riflettersi sui limiti
che abbiamo posto a sinistra o autorizzare a scavalcarli. Non è credibile l’affermazione
che il nostro ingresso nel centro - destra concretizzerebbe la grande
opportunità di costruire il "Centro" da noi auspicata: perchè lo
schieramento di centro - destra resta intatto nella sua composizione e
quindi non modifica la sua qualificazione politica; perchè lo stretto
rapporto che lega Fini a Berlusconi non si attenua di nulla, essendo
reciprocamente irrinunciabile; perchè questo legame è il solo veramente
influente, anche per ragioni quantitative nell’ambito del Polo; infine
perchè il Partito Popolare precipita in uno schieramento precostituito,
multiforme, senza avere discusso le ragioni della sua presenza, senza aver
definita la sua identità di sostanza più che di schieramento, che ci
eravamo proposti di ricostruire in occasione del nostro Congresso.Per di
più dando l’impressione di sottoscrivere tutte le posizioni del fronte di
destra. Una operazione di questo tipo non soltanto non può essere barattata
per "centro", ma nemmeno potrebbe costituire il riferimento per
quegli elettori nostri che ci hanno abbandonato in una fase tumultuosa della
transizione, ed ora hanno nostalgia di quel che noi abbiamo rappresentato
nelle fasi migliori della nostra storia; perchè non saremmo riconoscibili
per aver smarrito o svenduto la nostra identità.
Quanto fuori luogo è voler stabilire soltanto una rassomiglianza fra il
fronte di destra, senza amalgama e senza una cultura di fondo, cui noi
andremmo a partecipare, ed il Centro tedesco (C.D.U. - C.S.U.) che da
Adenauer a Kohl ha costruito la nuova Germania, componendo al suo interno l’ispirazione
cristiana dei cattolici e dei protestanti. Trovo molto sommari questi
riferimenti, di cui si è avvalsa la improvvisazione di coloro che hanno
usato canoni di interpretazione molto superficiale per trasferire al nostro
l’esperienza di altri Paesi. Questo nostro schieramento di centro - destra
è tutt’altra cosa ed un nostro centro, se ha da costituirsi in
alternativa ad uno schieramento di sinistra, non può avere a che fare con
le caratteristiche che oggi presenta lo schieramento nel quale, caro
Buttiglione, siamo andati ad infilarci. Questo atteggiamento critico, cui mi
accorgo di aver dedicato molto spazio, ci può portare alla scelta di una
alleanza a sinistra come taluno superficialmente ci attribuisce?
Dovremmo e potremmo noi dimenticare ciò che è stato il comunismo e i segni
profondi che ha lasciato nella politica italiana, tutto ciò che ancora
resta nella sua forma - partito ed ancora traspare talvolta nel linguaggio e
nell’assunzione di alcune posizioni, pur nell’ambito di una dialettica
democratica?
Uno sguardo rivolto alla realtà internazionale ci mette di fronte a
fenomeni che non vanno sottovalutati. Durante e dopo la crisi dei Partiti
comunisti nei Paesi dell’Est, emersero forze democratiche di diversa
ispirazione culturale, fra le quali molte di ispirazione democratico -
cristiana. Molte di esse non sono state capaci di dar vita a solidi regimi
parlamentari, né di costituire o ricostituire una credibile economia di
mercato. A ciò ha largamente contribuito un atteggiamento errato dei Paesi
industriali e degli Stati Uniti quando hanno adottato la formula:
"Prima le riforme, poi gli aiuti". Quei Paesi che avevano vissuto
nel miraggio della libertà e della democrazia dei Paesi europei e
occidentali ed erano attratti dal loro benessere vissero la delusione del
disordine politico, della moltiplicazione dei partiti, della instabilità
delle istituzioni e di un tenore di vita per alcuni settori sociali
instabile e inferiore a quello garantito dai regimi comunisti.
E’ accaduto allora che, sia pure con qualche operazione cosmetica, è
tornata al potere la stessa classe dirigente di prima. La constatazione di
questi fenomeni non ha mancato di suscitare dubbi sul fatto che il
comunismo, o per lo meno la sua classe dirigente, potessero dichiararsi
sconfitti. Non vi è dubbio che questi fenomeni gettano qualche ombra sulle
trasformazioni del comunismo italiano, soprattutto in presenza di un Partito
come Rifondazione comunista che non manca di trovare adesioni in coloro che
non sono ancora convinti del tramonto dell’utopia.
Al comunismo italiano, agli inizi della cosiddetta "transizione",
fu chiesto di mutare il suo patrimonio genetico. Così come specularmente
alla Democrazia Cristiana amici e nemici consigliarono di disperdersi nella
diaspora: alcuni del tutto increduli nella sua capacità di purificarsi dai
vizi contratti nell’ultimo periodo della sua storia, altri perché la sua
permanenza avrebbe impedito il realizzarsi di progetti alternativi, altri
ancora perché, eredi della cultura laicista, avevano sopportato la presenza
dei cattolici nella politica soltanto nella comoda funzione di antemurale
contro il comunismo.
Il P.C.I. affrontò l’impresa della "denegazione" della sua
paternità e un certo qual rifiuto della sua esperienza storica. Pur essendo
stato stupito dall’eclettismo delle nuove paternità culturali e politiche
scelte, non intendo giudicare imprese di questo genere né con scetticismo e
tanto meno con il rifiuto pregiudiziale determinato, magari suggerito, da
contingenti ragioni politiche. E’ lo stesso atteggiamento che mantengo
rispetto a quanto è accaduto nella casa del Movimento Sociale. Anche qui
però, mi riferisco al comunismo, quando si parla di alleanze vale il
fenomeno della cosiddetta "memoria storica" che indubbiamente
turba i nostri elettori che per anni abbiamo invitato a votare contro il
comunismo, quel comunismo!
Ma, nel caso di Occhetto, c’è qualche cosa di più che va ricordato e che
ha inciso profondamente sul disordine e la fragilità dell’assetto
politico di questa seconda Repubblica. Occhetto, ad appena qualche anno
dalla caduta del Muro di Berlino, ha posto in essere il disegno di giungere
al potere, vanamente agognato nella prima Repubblica, portando il suo
Partito all’incontro con la sinistra borghese, recependone la cultura
individualistica e secolarizzata ed utilizzando la nuova legge
maggioritaria: sarebbe bastato il 32%. Roba da manuale. Inserito questo
esperimento nella logica della alternativa, condusse lo schieramento di
sinistra anzitutto a combattere e perfino deridere la politica di centro e
perciò particolarmente la Democrazia Cristiana, oltre gli altri Partiti di
Governo.
Il P.D.S. di Occhetto non ebbe riguardo alcuno per quello che il suo
predecessore Berlinguer, con un certo rispetto nella polemica, usava
definire "l’altro grande Partito popolare". La Democrazia
Cristiana, trasformatasi in Partito Popolare, colpita in un momento di
particolare debolezza, anche per i suoi errori e responsabilità, privata di
qualsiasi riconoscimento del pure importante servizio reso al Paese, in
difficoltà per la scelta del modo di realizzare la sua rappresentanza
attraverso la legge uninominale, andò in frantumi. Fu travolta, insieme con
altre forze, da una confusa campagna contro i Partiti e le loro
degenerazioni, il cui risultato è stato quello di distruggere i Partiti e
le loro culture di derivazione e di trasmettere ai nuovi schieramenti tutti
i loro vizi senza alcuna loro virtù.Si distrussero, senza nulla
ricostruire, i canali attraverso i quali la volontà popolare si trasmette
in modo riconoscibile nelle istituzioni. Così che questa seconda Repubblica
non può vantare alcuna stabilità,
tormentata dalla trasversalità, alimenta il sorgere di sempre nuovi gruppi
che rendono instabile qualsiasi schieramento.
Si può dire senza tradire la verità che Occhetto, con il suo disegno
intempestivo, ha generato Berlusconi ed il suo schieramento, perchè la
paura che uno schieramento di sinistra, dominato dagli eredi del comunismo
tradizionale, andasse al potere condusse irrazionalmente gli elettori allo
schieramento di destra. Si giocò al massacro del centro, cioè il Partito
Popolare, riserva di voti o di candidature al Parlamento. Ricordo qui tali
avvenimenti, tanto per chiarire i perchè dei dubbi sulle alleanze con il
P.D.S., contenuti chiaramente nel documento della Direzione del Partito
sostenuto da Buttiglione, quanto per affermare la mia convinzione che i vizi
e le fragilità di questa seconda Repubblica non ci condannano
necessariamente a subire gli schieramenti antitetici, tali quali sono gli
attuali, ma a tentare nuove strade, quelle difficili ma non impossibili che
sognammo nel Congresso del Partito Popolare Italiano del 27-28-29 luglio
1994.
Del resto, i frutti della fragilità di
questa seconda Repubblica già si sono manifestati attraverso la crisi di
quella maggioranza di centro - destra, che doveva essere il frutto della
stabilità del nuovo sistema elettorale, e che è andata in crisi dopo
appena otto mesi non certamente per opera dei "malvagi", o per dei
raggiri nascosti, ma soltanto per le debolezze insite nel sistema di questa
seconda Repubblica. Di fronte a queste amare constatazioni, ho vissuto il
dolore della sconfitta, pur non essendo candidato alle elezioni, ho patito
il misconoscimento anche per nostra colpevole rassegnazione del servizio
reso dalla Democrazia Cristiana allo Stato, al progresso dell’Italia, al
suo inserimento fra le grandi nazioni industriali, alla nostra posizione di
protagonisti nella costruzione europea, non lasciandomi dominare dall’angoscioso
dilemma se allearsi con la destra o con la sinistra. Ho costantemente
respinto l’idea che un Partito come il nostro, con una così alta
tradizione culturale e politica, potesse derivare la sua identità dalle
alleanze con altri Partiti, pure constatando realisticamente la riduzione
della sua forza.
Ho pensato prima del nostro Congresso, durante e dopo, che la nostra
maggiore e prima responsabilità consistesse nel mantenere viva, purificata
dalla sconfitta, ma ravvivata come ho già detto da un rinnovato rapporto
fra fede e storia, fra cultura e politica, fra etica e politica, dalla
elaborazione di risposte nuove ed attuali ai problemi del Paese, in
particolare quelli costituzionali, istituzionali che emergevano dalla
fragilità e dalla confusione della seconda Repubblica; economici, sociali,
di risanamento finanziario, di politica internazionale, potessimo reagire
contro i tanti che, a partire dalla caduta del Muro di Berlino, hanno
operato per spegnerci, per dissolverci nella diaspora, per travolgerci tutti
nel fango. Pensavo e penso tuttora che una democrazia che non riceva più
alimento dalle grandi culture europee travolte con la distruzione dei
Partiti nel dissesto della transizione, confusa dalla germinazione dei tanti
patti o fronti privi del fondamento della omogeneità, estranei alla
coscienza popolare perchè caratterizzati soltanto dalla polemica
antipartitica, una democrazia nella quale la caduta del comunismo lasciava
al popolo l’eredità del materialismo, ma lo privava dell’utopia e
quindi della speranza, poteva ricevere dal rivivere dei nostri ideali una
linfa vitale. Che una nostra rinnovata presenza potesse favorire il rivivere
di tutte le altre culture, disperse in altri schieramenti e privati della
loro forza vitale.
Non aveva detto il Papa, parlando a Loreto il 10 dicembre scorso, di fronte
alla evidente crisi italiana: "Cattolici, riprendete la guida dello
Stato"?
Ebbi la convinzione, prima e durante il Congresso, e mi sembrò che questa
convinzione fosse condivisa da Buttiglione, che date le caratteristiche dei
due schieramenti e la difficoltà per il Partito Popolare Italiano di esser
partecipe di un blocco di destra che ne avrebbe snaturato l’identità,
occorresse ridare forza e caratterizzazione al Partito Popolare italiano
rafforzandosi, riorganizzandosi, e richiamando il suo elettorato intorno a
sé come forza di sicura tradizione democratica, capace di correggere i
propri errori, ma anche di difendere il suo passato; una forza al servizio
di una Italia moderna, ancorata saldamente al principio della democrazia
parlamentare, capace di trasformare in una efficace cooperazione il grave
contrasto che si era venuto manifestando tra i poteri e le istituzioni dello
Stato, intransigente nella sua politica di risanamento, di rafforzamento del
mercato come sintesi di libertà e di solidarietà.Un Partito capace di
trasmettere un messaggio credibile e perciò accettato sui sacrifici da
affrontare per partecipare secondo gli impegni di Maastricht alla
creazione di una moneta comune europea. Un Partito impegnato a ridare all’Italia
quel prestigio internazionale oggi visibilmente appannato. Un Partito così,
non dominato nell’immediato dalla pressione delle scelte, avrebbe potuto
operare per promuovere un nuovo schieramento di centro, ritrovarsi
attraverso un rispettoso colloquio con i tanti amici che hanno la stessa
nostra tradizione ed hanno combattuto con noi le stesse battaglie e che,
forse mi illudo, sentono oggi la nostalgia delle lotte comuni ed anche la
delusione per la limitata influenza dei principi a cui si sono formati in
schieramenti dove c’è tutto ed il contrario di tutto e dove possono
convivere solo in nome di un pragmatismo senza anima.Uno schieramento di
centro in cui avessimo potuto ritrovarci, senza chiedere la rinuncia alle
proprie identità politiche e senza offrire, noi stessi, la rinuncia della
nostra identità, a riprendere collaborazioni già sperimentate fra
cattolici e laici, che hanno reso grandi servigi all’Italia.
Un programma ardito. Ma chi ha detto che nell’Italia dell’alternativa e
del collegio uninominale vi debbano essere solo due schieramenti? Un
programma certo collocato fra la realtà e l’utopia.
Ma l’utopia avrebbe potuto trasformarsi in una nuova realtà se quella
presente non fosse stata trattenuta nel suo slancio dalla poca fiducia, dall’appagamento,
dalla incapacità o forse impossibilità di ricollegarsi ad una trazione
ideale dispersasi anche nella cultura cattolica.Ecco perché, caro
Buttiglione, pensavo che nelle elezioni amministrative noi avremmo cercato
con la flessibilità da te adottata o accetta nell’ordine del giorno della
Direzione del 2 marzo 1995, impiegando tempo che ci separava da nuove
elezioni, di costruire il Partito politico che ho sopra descritto e che del
resto mi sembrava essere al Congresso nei tuoi propositi.La mia critica sta
qui: la tua improvvisa decisione di inserirci nel Polo di destra, non
contrastando nemmeno la pressante richiesta di Berlusconi di immediate
elezioni, ha distrutto, così a me pare, un disegno in cui ho creduto. Per
questo, esprimo qui il voto della mia speranza, delusa, dichiarando di non
poter accettare l’accordo politico che tu ci hai proposto. |