Dal "Corriere della Sera" del 19 Luglio 1999
Intervista all’On. Emilio Colombo
di Marco Cianca
Colombo: "Noi dorotei, migliori della seconda Repubblica"
 

ROMA - "Qualche giorno fa ho incontrato a messa Taviani, che non vedevo da tempo. Abbiamo parlato un po’ e lui mi ha detto: ma ti rendi conto che noi dorotei siamo stati la più grande e la più forte oligarchia elettiva e democratica che ci sia stata in Italia?" Emilio Colombo ride con eleganza. Compiaciuto e divertito. A 79 anni ha ancora il gusto della politica. E stato così tante volte ministro da non ricordare con esattezza quante. Un grande notabile democristiano. Il 14 marzo 1959, nel convento di Santa Dorotea. partecipò a quella riunione di "Configurati" che mise in crisi Amintore Fanfani. Nacque la corrente dei dorotei, ora sinonimo di smodata occupazione del potere e di compromesso ad ogni costo. "Ma il compromesso replica Colombo e una grande arte che abbiamo imparato da De Gasperi. Quando non incide sui principi ma riguarda le soluzioni, e la caratteristica tipica della politica. E macchiettistico dire che pensavamo solo ad arraffare e distribuire cariche."

E ora, da doroteo non pentito, che vede intorno a se?
"Sono preoccupato per la fragilità e il trasformismo del sistema politico. In nome del sistema politico. In nome del maggioritario le grandi culture politiche sono state espulse e vivacchiano nel sottofondo. I due poli si combattono l'un l’altro, cercando di sopraffarsi, senza chiarire principi e programmi. Rischiamo il vuoto, il distacco dalla politica, l’anarchia il peronismo."

Nostalgia della prima Repubblica?
"La seconda Repubblica è tuttora una vaghezza, una costruzione intellettualistica. Dove sono le novità? Eppoi, per uno come me, c’è la nostalgia di tutto il buono che ha fatto grande questo Paese. Non possiamo pero baloccarci in questa dialettica prima e seconda Repubblica perché non è orientativa per un giudizio sull'attuale condizione".

La prima Repubblica è caduta sulla questione morale e un giudizio essenziale per costruire un nuovo sistema che non abbia le gambe marce della corruzione.
"Certamente però attenzione, perché questo e uno degli elementi di debolezza. E vero che ci sono gli scandali, che non mi pare siano stati del tutto eliminati, ma c’è soprattutto il grande problema del finanziamento pubblico ai partiti che avrebbe dovuto essere chiarito in sede politica prima di affrontarlo in sede giudiziaria. Oggi, sullo sfondo dei rapporti tra i partiti, ci sono i puniti e i non puniti per le stesse trasgressioni".

I puniti sono sotto gli occhi dl tutti, da Craxi a Forlani. E i non puniti chi sono?
Quelli che hanno finanziato i loro partiti ma che sono riusciti ad evitare le maglie della giustizia".

Qualche nome?
"Parlo dei partiti, non di singole persone. Non si è fatta chiarezza, ad esempio, sui finanziamenti dell’ex Pci. Non per la ricerca delle colpe ma per indicare quale fosse il fenomeno che rendeva debole la prima Repubblica".

Un macigno che va ancora rimosso?
"E una serie di rancori, di risentimenti, di senso dell’ingiustizia entro il quale si è poi inserita la magistratura. E una Repubblica disgregata non solo per quello che appare ma per i problemi che ci sono nel fondo. La giustizia non è vista con la "G" maiuscola ma come lotta politica, per difendersi o attaccare".

Pensa che un’amnistia servirebbe?
"Non sono mai stato favorevole perché credo che i processi serrano a fare chiarezza. Non si può gettare un giudizio negativo su tutto e far passare ai posteri come una banda di ladroni tutti coloro che hanno amministrato lo stato".

Martinazzoli  vuole rianimare il partito popolare spostandone il cuore al nord. Che ne pensa un meridionale come lei?
"Martinazzoli propone una norma federalista de partito, non ai fini di una contrapposizione tra Nord e Sud ma per fare emergere gli aspetti positivi di ciascuna regione. C’è un po’ di utopia. Ma non è la sua idea predominante.
Ho parlato con lui e abbiamo la stessa opinione: di fronte a questa degenerazione sussiste la validità di un espressione politica che trae la sua origine dal grande filone del cattolicesimo democratico. La conferenza episcopale ha richiamato tutti i cattolici ad impegnarsi per problemi essenziali come la famiglia, la bioetica. la scuola. Va bene, ma per noi non basta. Ci hanno insegnato il dovere di impegnarci anche per far si che le comunità nazionali possano organizzarsi e funzionare bene. Papa Montini diceva che questa presenza è la massima espressione della carità. E questo che ci manca".

Vi manca la DC e volete rifare il partito unico dei cattolici.
"C’è il solito equivoco tra l’unità della lotta anticomunista e una nuova forza che non necessariamente assorba tutti i cattolici ma coloro che si richiamano a questo filone che parte dalla fine dell' Ottocento".

Per collocarsi dove? A destra o a sinistra?
"Nel 1905 a Caltagirone, Sturzo disse che i cattolici non possono essere dei conservatori. E' cosi. Ma prima di chiederci dove stare e con chi stare bisogna chiedersi se esserci o non esserci, definire chi si è e che cosa si vuole e poi. alla fine, decidere con chi realizzarlo. Allo stato attuale credo che il centrosinistra sia l’ambito nel quale dobbiamo muoverci".

Insomma, lei preferisce un ex comunista come D'Alema ad un imprenditore come Berlusconi?
D’Alema si è comportato bene, soprattutto durante la guerra. Ma se continua così rischia di diventare il nuovo principe di Salina: cambiare tutto perché non cambi nulla".

D'Alema come il Gattopardo?
"Si, ma non per volontà sua. Ogni volta che porta avanti le idee riformatrici poi è obbligato a tornare indietro per gli impedimenti che trova."

E Berlusconi?
"Qual è la sua origine culturale, gli ideali, i principi su cui si fonda? Dice: noi siamo la liberal democrazia. Ma questa è una forma della politica, quali sono i contenuti?"

Chi dovrà essere il segretario del Ppi?
"Non ce l’ho in mente".

Esclude una rielezione di Franco Marini?
"Non gli consiglierei di candidarsi e non l’aiuterei. C'è tanta confusione nell'ambito del partito. Sono perplesso e deluso. Il Ppi non dovrebbe avere come compito prioritario l’elezione del proprio segretario ma il richiamo a quelli che hanno le nostre stesse origini a ritrovarsi assieme, senza voler essere il partito unificatore".

Lei vorrebbe mettere tutti assieme? Prodi, Cossiga, Mastella, Casini, Buttiglione…
"Se la vediamo in modo molto personalizzato non arriveremo mai ad una conclusione. Questa unione deve farsi partendo dalle basi, nella visione di un organismo unitario".

Che potrebbe non chiamarsi più partito popolare?
"Questo non mi spaventa. Dobbiamo unire ciò che è disperso, divisi siamo schiavi chi dell'uno chi dell'altro schieramento. Servono idee forti che tornino a permeare la politica e chiamino la gente a impegnarsi, a combattere. Altrimenti l’astensionismo dilaga o si vota, senza capire bene, tutto ciò che appare nuovo, dalla Bonino all’Asinello. Forse se mi mettessi a raccogliere firme con un banchetto, anch'io potrei essere scambiato per nuovo".

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