Il ritorno di Colombo, ottantenne d'assalto
"La Stampa" del 23 Aprile 2001
di Aldo Cazzullo
 

Comincia che c'è il sole e finisce che nevica, "Preside' un'ora e quaranta avete parlato, chisto è 'o record", "Ma quale record giovanotto, alla Costituente La Pira parlò tre ore filate per inserire nell'articolo i il riferimento a Dio, non a caso ora lo fanno beato".

Il primo comizio di Emilio Colombo è affollato di santi come un portale gotico, ha uno spessore intellettuale irrintracciabile in qualsiasi convention di destra e di sinistra, anche perché se là un oratore si inerpicasse lungo questa finissima distinzione che dura da dieci minuti tra senso religioso e senso teologico-teologale della politica la platea guadagnerebbe rapidamente il bar, qui invece restano incatenati alla sedia e non è solo perché quasi tutti hanno avuto il figlio sistemato da Colombo e a Potenza quasi tutto, pure questo teatro strapieno, le campane della chiesa adiacente che suonano a martello, i giochi dell'oratorio, è fatto con i soldi che ha portato Colombo.

E' anche perché sono fieri del loro preside' che per un'ora e 40 cita Aristotele, Maritain, il cardinal Martini, Cacciari, Jemolo, don Sturzo, De Gasperi, Adenauer e poi ovviamente sant'Agostino e san Tommaso più volte e neanche una Lapo Pistelli, appena un accenno ai "figli cambiati" come nel libro di Camilleri, discendenti degeneri e innominati, i lucani D'Andrea e Sanza, il biondo Castagnetti, figli non di De Gasperi, per cortesia, ma di Zi' Vito.

"Vedete cari, nella mia prima campagna elettorale, era il '46, arrivai a cavallo alla frazione di Stagliozzo, dove erano tutti comunisti e comandava Zi' Vito. Zi' Vito mi vede, squadra i miei occhiali, la mia aria da studente, e dice: C'amma fà de 'stu fessacchiotte?"

Ecco, quei signori così hanno detto, al momento di assegnare il collegio senatoriale di Potenza: "C'amma fa' de 'stu fessacchiotte?"".

Neanche il nemico ritrovato Andreotti, neocompagno di partito in Democrazia europea, è mai nominato, se ne capisce il motivo prendendo un caffè nella casa-torre del centro di Potenza, porcellane, bozzetti di Fazzini, un De Chirico e una straordinaria collezione di foto con dedica, Nixon, Heath, Juan Carlos, Kekkonen, Elisabetta d'Inghilterra, Karamanlis, De Gasperi, La Pira, Segni (padre), e il pezzo forte, la riunione del Fondo monetario presieduta da Colombo che chiama a parlare John Kennedy mica Antonello Soro,

"I call the President of the United States" ripete lui nostalgico, e subito quasi pentito "ma è pronto stu café?", e poi papi, principi, filosofi, tutti tranne Andreotti. "Ci siamo sempre rispettati, mai amati", confida abbassando la voce. Rivalità democristiane, "lui si vanta di essere stato il ministro più giovane, ma il governo Fanfani in cui entrò nel '54 non ebbe la fiducia, il ministro più giovane avrei dovuto essere io quando nel '53 rifiutai l'Agricoltura, De Gasperi insisteva, io non mi sentivo pronto". Anche oggi Andreotti "si agita un po, vorrebbe fare il presidente del Senato, vorrebbe strafare, ma per diventare ministro degli Esteri bisogna viaggiare molto, troppo per noi ottantenni".

E poi "io ho fatto la riforma agraria, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, la prima legge contro i monopoli", sono stato più a sinistra di D'Alema è il senso, Giulio invece è sempre stato "più flessibile", i veri cavalli di razza "erano quei due lì".

Sulla sua foto, Fanfani ha scritto "a Emilio con devozione", la dedica di Moro è quasi indecifrabile, qui si distingue "affetto", qui "cordialità" e ancora "riconoscenza". "Dicono che Amintore avesse un caratteraccio, però quando litigava con Aldo si lasciava convincere a telefonare per primo, Aldo mai". Annuiscono in silenzio le due sorelle superstiti, Anna e Maria, e alcuni giovani ed elegantissimi allievi, "tengo molto, ho sempre tenuto molto al voto dei giovani".

Tanti giovani in gel e maglione anche a teatro, sotto il ritratto di san Giovanni Bosco, per un comizio costruito attorno a una parola chiave, decadenza. Non la sua, quella della politica.

Una dissertazione raffinata e malinconica, scandita dal raschio della tracheite, sul "pensiero relegato in soffitta", "il clamore senza pensiero", "il rumore delle parole e dei quattrini", una riflessione quasi più esistenzialista che religiosa sull'ombra di Dio", "la palude senza speranza", d'assenza del senso della politica", sullo sfondo il diavolo corruttore berlusconiano, la canea giudiziaria, l'assassinio della madre Dc.

Alla dottrina Ruini sull'interventismo della Chiesa Colombo contrappone l'immagine, della città di Dio di sant'Agostino, di fronte agli "esibizionisti", che nelle conversazioni private identifica ad esempio nel ministro Pecoraro Scanio e nel governatore Formigoni, elogia "il rispetto di sé e degli altri".

Alle fine è una sfilata di fedeli, per ognuno Colombo ha un gesto d'affetto personalizzato, un bacio una carezza un buffetto, "questi sono i miei sondaggi", "il mio fiuto mi incoraggia", "'stu fessacchiotte" sente di potercela fare e forse non sbaglia se, come promette un manifesto, lo voteranno anche "gli amici di Carmelo Azzarà", ex presidente della Regione, defunto da un anno.

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